Deficit di democrazia

Pubblicato il 28 Feb 2014 - 6:00pm di Redazione

Ovvero lo “spread di democrazia”

democrazia

Sempre più insistentemente in Italia, in Europa e in tutto l’Occidente si parla di “deficit di democrazia”.

Citiamo gli allarmi di:

–       Noam Chomsky e Gore Vidal (Stati Uniti)

–       Mikis Theodorakis (Grecia)

–       Giulietto Chiesa nel suo testo “Cronache marx-iane” (Fazi editore, 2005)

–       Massimo Fini nel libro “Il vizio oscuro dell’Occidente” (Marsilio Editore, 2012)

L’ex Ministro italiano Giulio Tremonti parla di dittatura finanziaria in Italia, Europa, Occidente. L’antropologa Ida Magli in un’analisi serrata dettagliata nel suo libro “La dittatura europea” (Bur, 2010) arriva alle stesse conclusioni.

Nelle repubbliche baltiche, in particolare in Lettonia, si arriva ad una conclusione drammatica, sorprendente: l’Unione Europea è una dittatura come lo fu l’Unione Sovietica (che loro hanno ben conosciuto).

Ma l’allarme non viene solo da specialisti (dell’economia, dell’antropologia, del giornalismo, ecc.) ma anche dalle istituzioni sia di ieri (come l’ex Ministro Giulio Tremonti) come di oggi: l’Onorevole Laura Boldrini, attuale Presidente della Camera dei Deputati italiana (terza carica dello Stato) in una recente visita in Grecia (2013) auspicauna conferenza sull’altra Europa per combattere il montante populismo antieuropeo e per arginare le ondate di intolleranza”.

Una parola nuova appare così nel quadrante sociale, una parola che potrebbe diventare uno slogan concreto per costruirvi attorno un grandioso e innovativo programma politico: spread democratico. Che un partito potrebbe utilizzare per le elezioni europee e per quelle politiche nazionali. Ma anche dalle piazze, in questo finire dell’anno 2013, sale – ed è un grido – un allarme analogo, ma disperato, reso drammatico dalle sofferenze di tanti, che manifestano con un simbolo antico: il forcone dei contadini di un tempo. Il loro grido, che raccogliamo da La Repubblica (11 dic. 2013):

–       Ci hanno accompagnato alla fame, hanno distrutto l’identità di un paese, hanno annientato il futuro di un’intera generazione

–       Contro il far-west della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli italiani

–       Per riprendere la sovranità popolare e monetaria

–       Anziani ben vestiti (no, non erano rom) inginocchiati a chiedere l’elemosina

–       Unisciti a noi (i forconi) siamo senza soldi, senza lavoro.

Un invito ad unirsi alla protesta che può essere l’inizio di un incendio o l’annuncio di future rivolte forse incontrollabili. Le rivoluzioni più sanguinose e drammatiche iniziano sempre così (Francia, Russia, ecc.). I dimostranti si scagliano contro le persone più in evidenza: i politici, i governanti. Il loro slogan: “I politici devono capire che per loro è finita”.

Ancora l’Onorevole Boldrini: “La gente è stanca. Ovunque c’è una grande sofferenza, e c’è una crisi europea e pesante che non ha fatto sconti a nessuno”. E ritorniamo all’affermazione “spread di democrazia” sottolineata ad Atene dall’Onorevole italiana Laura Boldrini.

Spread, un termine inglese che significa “divario”, di uso corrente, ma fino ad alcuni anni fa usato soprattutto nel mondo finanziario, in particolare per indicare la differenza tra due tassi di rendimento di titoli della stessa natura. Da anni in Italia viene usato principalmente per indicare la differenza tra il rendimento dell’obbligazione decennale emessa dal Ministero del Tesoro italiano, a copertura del debito pubblico nazionale, e il corrispondente decennale emesso dalla Repubblica Federale della Germania, il Bund tedesco. Lo spread si misura e si esprime generalmente in centesimi. Quando si dice che in quella contrattazione del giorno (i titoli in esame sono oggetto continuo di compravendita) lo spread è stato di 373 significa che il decennale italiano viene remunerato ad un tasso di 3,73% superiore al corrispondente tedesco. Lo spread indica la misura del rischio che il mondo finanziario attribuisce a quel titolo (rischio che non si paghino le cedole in scadenza, o di perdita sul capitale, che non venga rimborsato alla scadenza) rispetto all’altro titolo di riferimento. Ma vi sono in uso anche altri spread, ad esempio il decennale tedesco (Bund) rispetto al decennale USA (Bond).

Lo spread dovrebbe nascere da questioni finanziarie: il maggiore o minore rischio dei due “asset”, in questo caso le due obbligazioni accennate. Ma può nascere anche, in aggiunta, da strategie internazionali (di finanzieri) che possono essere originate da speculazioni (finanziarie) o da attacchi a governi, o a Primi Ministri, o a Presidenti, o a idee politiche.

Citiamo al riguardo una memorabile vignetta di Krancic (Il Giornale – 28 ottobre 2012): il Presidente del Consiglio italiano Mario Monti infermo in un letto d’ospedale collegato a macchinari che lo tengono in vita. Una voce fuori campo: “Presidente, e se Berlusconi stacca la spina?”. L’infermo: “Gli facciamo uno spread così!” Nell’ambiente finanziario si sa benissimo chi sarebbero queste persone che, per giunta, riunirebbero interessi economici (speculativi) a obiettivi strategici politici, per conto e per l’interesse di altre forze, non necessariamente politiche. Lo spread è così diventato una parola corrente al punto che se ne è occupato perfino l’istituzione nazionale: il cantante Adriano Celentano in una trasmissione cardine. Ma non basta, ovvero: alcuni genitori “modernissimi” stanno dando ai loro “malcapitati” bambini il nome di “Spread” come un tempo di dava quello di Antonio, o Maria, o Agnese.

Ci sorprende una considerazione: in questi momenti drammatici balzano in grande uso, anche nella nostra lingua italiana, due parole che provengono da altre lingue:

–       “deficit”, che è latina;

–       “spread”, che è inglese.

E non è certo un caso che si tratti di due lingue imperiali, tuttora vive (anche il latino: le encicliche, le lettere universali del Pontefice vengono emesse in latino e diffuse così in tutto il mondo e solo successivamente verranno tradotte dal primate locale nella lingua nazionale, per essere divulgate ai fedeli). Due lingue che hanno connotato, pur a distanza di due millenni, due imperi, universali, per i loro tempi: l’impero romano e l’impero britannico.

Nella pratica, nelle due parole spread e deficit vi sono delle differenze psicologiche, sociali e tecniche:

–       Spread indica il livello di sofferenza di un paese e del suo popolo

–       Deficit è una parola con vasto raggio. Si parla ad esempio di: deficit commerciale (di un Paese, ad esempio per indicare la differenza tra import ed export), deficit finanziario, deficit monetario, deficit pubblico, ecc. Ma dietro questa parola spesso se ne nasconde un’ altra, anche essa usata in lingua inglese: “default”, che esprime il fallimento di un Paese, il suo crollo finanziario, un baratro.

È indubbio che l’Italia è in una situazione di grande sofferenza che la piazza tende sempre più ad attribuire ai governanti, non solo a quelli di oggi, ma a quelli degli ultimi decenni. E grida: “A casa tutti i politici!

Ma le colpe sono solo dei politici o anche dei cittadini? Degli economisti (che non hanno visto e previsto)? E di giornalisti che non denunciano (per servilismo)? Mi diceva, pochi giorni or sono, confidenzialmente, un amico (per altro sindacalista): “Abbiamo dormito troppo”. E io concordo con questa affermazione. Ma, per dovere di giustizia, e non per giustificare gli italiani (politici e non), aggiungo: “Sì, abbiamo dormito troppo, ma ci rendiamo contro di quale dose di sonnifero ci hanno messo nella zuppa?

ida magliE ritorniamo al punto d’inizio: alla grande denuncia compiuta da Ida Magli, nel citato libro “La dittatura europea”. Come è stato possibile che venisse instaurata una dittatura? Da chi? Con quali finalità? Senza che gli italiani (ma anche gli altri popoli europei) se ne accorgessero? E se volessimo analizzare le colpe, forse nessuno si salverebbe: i sindacati (che non hanno saputo difendere i posti di lavoro), gli antifascisti (che non hanno saputo capire le nuove forme di dittatura e continuano ad identificarla nella camicia nera), i giornalisti che invece di spiegare nascondono, gli economisti che dovrebbero vedere e prevedere e spesso sono ciechi, gli adoratori della democrazia (che nel frattempo veniva svuotata), i fanatici della Costituzione (che nel frattempo veniva vergognosamente calpestata, basti solo ricordare l’articolo 4 e il lavoro, con disoccupazione giovanile oggi al 40%, per non parlare di quale lavoro fanno gli altri giovani del 60%).

Ma crediamo che tutto il marasma odierno di problemi, proteste, recriminazioni, inadempienze, possa sintetizzarsi, come causa generante, con quanto espresso dalla Presidente della Camera dei Deputati, l’Onorevole Laura Boldrini: “Spread di democrazia”.

Noi crediamo che in questa definizione ci sia la causa e la sintesi di tutti i problemi attuali del Paese, ma anche la sua soluzione. Crediamo, inoltre, che quel partito che se ne occuperà e lo farà nel suo programma, potrà sbancare nelle prossime elezioni europee ed anche nelle prossime elezioni politiche nazionali. Anche se si trattasse di un partito piccolo, ma ancor più se si trattasse, per dimensione e voti, di un partito di massa (e oggi in Italia ne esistono tre, o quattro se contiamo anche quello degli astenuti). Crediamo che da una tale presa di posizione, espressa chiaramente nel programma e divulgata nella campagna elettorale, ne verrebbe un’affermazione di voti, una chiarezza di programmi e una capacità di governare il Paese in maniera credibile ed efficace in sede esecutiva, al punto da sconvolgere, e sorprendere, il quadro politico nazionale, più di quanto oggi gli italiani e tutti gli europei possano sperare, per i benefici che ne scaturirebbero. Per non parlare della pace sociale che ne deriverebbe. E dal credito che ne avrebbe la democrazia.

Lo crediamo per varie ragioni:

a)    Questo programma appare la sintesi di tutte le spinte e la realizzazione di ciò che il Paese vuole, stanco del tergiversare e dei tatticismi che non concludono e non cambiano nulla.

b)    Il programma appare risolutivo, all’altezza della grandiosità drammatica dei problemi evidenziati nel Paese.

c)     L’Italia appare molto indietro, come pensiero politico e sociale, rispetto agli altri Paesi occidentali, e a quelli europei in particolare. Ma non è costume degli italiani essere ultimi, o almeno così indietro.

È così impossibile realisticamente che il pensiero politico nazionale possa compiere un balzo che lo porti all’avanguardia? Non è forse un caso che gli italiani siano temuti nel mondo per la loro capacità inventiva (nel bene e nel male)? Per citare solo alcuni esempi (alcuni positivi, altri negativi):

–       Nel ‘500 hanno dato al mondo il Rinascimento, che ha cambiato la storia prima dell’Occidente e poi del mondo

–       Nel ‘600 hanno dato al mondo il sistema delle grandi banche di prestiti

–       Nel ‘900 hanno dato il Fascismo da cui poi è nato il Nazismo. E alla metà del ‘900 stavano preparandosi ad accettare il Comunismo.

Oggi è ipotizzabile che l’Italia non ne inventi qualcuna delle sue? Come, ad esempio, quello che accadde nella favola (credo di Andersen) quando improvvisamente un bambino esclamò: “Il re è nudo!” In tal caso gridato dalle folle. E per prepararsi forse basterebbe andare a rileggersi il testo citato di Ida MagliLa dittatura europea”. Da una simile affermazione potrebbe rinascere l’Italia, e l’Europa, e l’Occidente, il mondo. E così l’Italia potrebbe riprendere il suo posto primario nella creatività umana. Come oggi qualcuno spera e qualcun altro teme. Anni fa, negli Stati Uniti, uno scienziato Usa mi diceva: “Studiando la vita, le opere, le scoperte di Leonardo da Vinci, ho concluso che Leonardo poteva solo essere italiano”. I latini avvertivano “cave canem” (attenti al cane); oggi potremmo dire “attenti agli italiani”, o gli italiani sono morti?

E ora un esame di fondo: sociale, politico, di governo. Come possiamo ovviare al deficit di democrazia nell’allarme lanciato dalla Onorevole Boldrini? Noi consigliamo come attacco d’inizio una serie di esami, correlati da studi, da presentazioni giornalistiche e di televisione, da discussioni adeguate sui seguenti temi (affinché i cittadini capiscano e sappiano):

1)    Euro: è un bene? È un male? Aiuta l’economia italiana? Favorisce o danneggia l’occupazione? Favorisce o danneggia il debito pubblico? Smettiamo di tifare pro o contro l’euro. Una moneta è un fatto tecnico di drammatica rilevanza, non una partita di calcio.

2)    Unione Europea: cos’è oggi? È ancora quella voluta dai padri fondatori? O se ne sono impadronite altre forze come denunciano Ida Magli, Daniel Estulin e altri? E cosa ne consegue? E i trattati dell’Unione Europea cosa impongono o non impongono?

3)    Disoccupazione: perché questo livello? Da dove e da cosa viene originata?

  • Dall’euro?
  • Dai Trattati dell’Unione Europea (Maastricht, Lisbona, Fiscal Compact)?
  • Dall’allargamento dell’Unione Europea?
  • Dalla delocalizzazione industriale?
  • Dall’immigrazione di massa dal Terzo Mondo?

4)    Welfare: come riuscire a realizzare un simile attacco/distruzione delle principali conquiste sociali degli ultimi decenni? Attraverso:

  • La disoccupazione? E la concorrenza tra i lavoratori?
  • Le nuove povertà?
  • L’imposizione dei trattati UE?
  • Immigrazione di milioni di lavoratori?

5)    Immigrazione: chi la vuole? A che fine? Rileggiamo quanto denunciato da Ida Magli. Serve alla mafia? Serve al nuovo ordine europeo e mondiale? Può l’Italia permettersi simili livelli di immigrazione? E cosa sta avvenendo negli altri Paesi europei?

6)    Sicurezza: da dove viene questo crollo della sicurezza (delle persone, della casa, dei beni, …)? Al punto che tanti non escono più di sera ma non si sentono sicuri neppure in casa?

7)    Democrazia: che democrazia abbiamo oggi? Da chi e perché viene svuotata dal di dentro?

8)    Libertà: chi la mette in pericolo? Attraverso la violenza? Attraverso il “politicamente corretto”? Attraverso il modello di omologazione di tutti gli aspetti umani fino a distruggerli tutti? Chi pilota questa strategia? Da dove? Con quali fini? Per arrivare dove? Al Nuovo Ordine Mondiale come denunciano Daniel Estulin, Ida Magli, Michel Schooyans?

9)    Morale: da dove viene questa immane decadenza morale? Quali sono le cause? Chi e perché la vuole? Quali sono le sue conseguenze? È libertà o è anarchia e violenza?

10) Attacchi alla religione, alla chiesa, alla morale: chi li dirige? Dove vuole arrivare? Come influisce sulla sicurezza pubblica? Sui rapporti sociali, e sulle istituzioni? Sull’avvenire del Paese?

11) Salute pubblica: da dove viene il suo sfacelo? Dalle facoltà di medicina? Dalla legislazione (che non protegge i medici)? Dai milioni di immigrati alla cui salute si deve far fronte? Dalla corruzione?

12) Scuola: chi ne vuole lo sfacelo? Per distruggere oggi i giovani e domani l’intera società?

13) Società italiana: chi la vuole spaccare? In nome della libertà? In nome dei diritti (di essere ignoranti, disoccupati, soli, aggrediti dai delinquenti)? Basterà discutere i temi indicati nel libro “Il nuovo disordine mondiale” di Michel Schooyans.

I nostri politici hanno un difetto, forse l’unico: sono italiani. Lo stesso difetto che abbiamo tutti noi. E gliene possiamo fare una colpa? Forse loro lo mostrano di più per il loro livello, le tante occasioni. Un ritorno alla democrazia, quella vera, non quella di oggi, ci permetterà di capire i problemi, oggi, così aggrovigliati, e di risolverli. Gli strumenti ci sono, le persone capaci e oneste ci sono. Altrimenti, anziché gridare: “politici tutti a casa” dovremmo gridare “italiani tutti a casa”, come purtroppo si ipotizza in tanti paesi, in Europa e in ogni angolo del mondo. Spesso gente che parla dell’Italia e degli Italiani senza saperne molto. Quando sono all’estero, mi viene spesso posta una domanda: “Cos’è Berlusconi?” Io rispondo: “Un italiano, con i tanti pregi, in grado altissimo, e i difetti degli italiani”. Concludendo, ritengo che la soluzione alla drammatica situazione italiana ci sia e consista nel rimboccarsi le maniche.

Nel far fluire l’intelligenza enorme che c’è nel Paese, sparsa tra tanti, farla fluire nel confronto democratico. E le soluzioni, imponenti, drastiche, risolutive, le vedremo lì a portata di mano. Ci sembrerà perfino troppo facile, come cogliere una mela dall’albero. Se noi lo vorremo, e altri, dall’esterno, non ce lo impediranno. Qualche pessimista pensa, o teme, che ormai sia troppo tardi, perché “abbiamo dormito troppo tempo”. Lo voglio dire: sono quarant’anni che dormiamo e non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente. E mi ricordo i momenti chiave, che tutti vedevano e nessuno ne traeva le dovute considerazioni e conseguenze.

Si era all’inizio degli anni ’70 e si disvelavano tre drammatici fatti:

–       Washington: il Presidente Richard Nixon costretto a dimettersi (e non certo per la marachella del Watergate, ma ben altro e a suo onore per quanto ne so)

–       Detroit: le case automobilistiche, le tre grandi (General Motors, Chrysler, Ford) che incominciano a rifiutare il confronto con le Trade Unions (i loro sindacati). Più o meno su questo tono: “Queste sono le nostre richieste. Non le vogliamo discutere. O le accettate o vi mandiamo tutti a casa. E gli impianti e le  lavorazioni le portiamo in Messico”. Non a caso era stato predisposto il NAFTA (il mercato comune di Messico, Usa e Canada). Firmato negli Usa contro la volontà del Paese, del Congresso, dei Sindacati. E c’è gente che crede ancora alla democrazia.

–       Pechino: la Cina si appresta ad entrare nel WTO/World Trade Organization per diventare nei decenni successivi la fabbrica planetaria, svuotando le fabbriche italiane, europee, statunitensi, permettendo poi il saccheggio del welfare, la disoccupazione galoppante, l’impoverimento di tanti, il divario crescente tra ricchi e poveri.

Sì, abbiamo dormito troppo a lungo, e qualcuno continua ancora a sonnecchiare nonostante il rumore tragico che viene dalle piazze. Anziché prendere un caffè doppio, forte e concentrato per svegliarsi. Ma tanti non hanno più neanche gli spiccioli per questo. Ma ne usciremo, se vorremo. E il popolo farà il bene anche di coloro che lo tengono in ostaggio in una dittatura. Perché quei signori (si usa chiamarli “poteri forti”) non sanno neppure fare il loro interesse. E hanno dovuto essere “premiati”, ossia essere salvati dagli Stati, i quali a loro volta hanno dovuto ricorrere a svuotare le tasche ai cittadini, sempre più e giustamente imbufaliti.

Ricordo, un giorno, alla fine di una discussione dissi ad un banchiere: “Pagherete, per questo, 4.000 miliardi di lire”. Lui mi guardò allibito: “non avevamo fatto i conti; non sapevamo farli. Tanto se sbagliamo c’è chi paga: lo Stato con i suoi cittadini”.

Ma questo lo si può capire ricordando quanto diceva un altro banchiere, tra i più potenti del pianeta, che era noto per operare ad un altissimo grado di rischio: se le cose vanno poi storte noi siamo “too big to fail” (troppo grandi per fallire). Forse dimenticava che anche le persone sono troppo grandi, se si mettono assieme, per accettare di essere malmenate a quel modo.

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