Democrazia e capitalismo

Pubblicato il 24 Ott 2013 - 6:00pm di Redazione

Brevi appunti su Democrazia e Sovranità

democrazia

Democrazia: facile a dirsi, meno a farsi. Una parola “inflazionata” nello stesso senso in cui può esserlo una moneta: più si ha la possibilità di usarla e la si usa senza sostanziarla in rapporto a un concreto sostrato, più finisce per perdere valore e significato. Di cosa parliamo allora quando parliamo di democrazia? Facile, si dirà: parliamo di una modalità di istituzione e governo della vita in comune in cui il “popolo” (demo) è al “potere” (crazia), versione “statico-procedurale”, o il “popolo” conquista il “potere”, versione “dinamico-rivoluzionaria”. “Crazia” che può comportare vari gradi di mediazione (rappresentanza intra-/extra-parlamentare, partecipazione diretta, alla discussione o alla decisione ecc.) e intrecciarsi con l’“archia” (demarchia come governo delle regole in senso soggettivo contro il rischio di “dittatura della maggioranza”), ma che comunque, in quanto del “popolo”, ha come centro di gravità l’uguaglianza, tanto di fronte alla legge (isonomia: “la legge è uguale per tutti” e “tutti hanno gli stessi diritti”), quanto dei diversi cittadini tra di loro (isegoria: “tutti possono partecipare allo stesso modo alla vita pubblica” in quanto “tutti sono uguali”).

Con ciò, la democrazia avrebbe intimamente a che fare con la “giustizia” (dike), l’equilibrio politico, sociale ed economico tra tutti i membri del popolo (isorropia) e la concordia diffusa (omonoia) generata dall’uguaglianza del potere (isokratia). Sia in fondo in senso “sociale” (giustizia aritmetico-retributiva: dare secondo il bisogno, redistribuire) che in senso “liberale” (giustizia geometrico-distributiva: dare secondo il merito, retribuire): la democrazia concerne la “proporzionalità” che si fa carico delle somiglianze o delle diversità che rendono uguali – dell’uguaglianza dei punti di arrivo o di partenza, diciamo oggi.

Eppure, il termine “popolo” si presta a un’ambiguità tale da far sì che di volta in volta possa essere “popolo/Popolo” quello italiano, del web, di destra/sinistra, della piazza, dei disoccupati, della tv, degli stadi e via discorrendo: continuiamo però con disinvoltura a parlare di “demo-crazia” come “potere del popolo”. Popolo si dice in molti modi già in greco: possiamo connotarlo come ochlos (l’anarchia del “chiunque”: oclo-crazia od odierno “qualunquismo apolitico indifferentista”), plethos (masse in rivolta più o meno “primaverile” o moltitudini negriane: pleto-crazia od odierna “cittadinanza attiva a 5 Stelle”) e laos (popolo dei regimi totalitari o massa-mediatici; dall’acclamazione al consenso, dal plebiscito al sondaggio: lao-crazia od odierno “populismo liturgico”). Per connotarlo invece come demos dobbiamo farlo al plurale, ricordando innanzitutto che l’assemblea greca non era “il popolo riunito”, ma i demoi che si riunivano (come ha ricordato soprattutto Costanzo Preve, cfr. p.e. Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia, Petite Plaisance, Pistoia 2013).

Senza poter scendere in dettagli storici, il punto concettuale centrale è che la democrazia nasce come “poterenon del demos, bensì dei demoi, “raggruppamenti” sorti in conseguenza dell’attività riformatrice di Solone (che in sostanza aveva sì legittimato i rapporti mercantili monetari e la proprietà privata, ma abolendo la schiavitù per debiti e combattendo la discriminazione in base al censo) e che avevano al proprio interno delle “parti” che esprimevano diversi interessi, collocazioni geografiche e attività produttive. I demoi erano “mescolanze proporzionate” (costieri commercianti marittimi: paraliaci; cittadini e abitanti della pianura coltivata allevatori: pediaci; montanari agricoltori: acriti) che miravano a lasciare spazio a “tutti” e in modo bilanciato e dialogico-agonale, ossia costringendo concretamente al confronto le diverse componenti del tessuto sociale. Questo “tutti” va qui appunto inteso innanzitutto come “parti” distinte non tanto rispetto a posizioni ideologico-politiche (i partiti), quanto per via del loro proprio interesse legato alle concrete attività economico-produttive esercitate per sopravvivere e vivere (non diciamo “classi” per evitare anacronismi sospettosi e confondenti). Insomma, demoicrazia è il tentativo di gestire in maniera equilibrata e condivisa l’economia di mercato, o – in termini più contemporanei – non tanto di “controllare” politicamente il mercato, quanto piuttosto di “integrare” nel modo più armonioso possibile rapporti economici, rapporti sociali, rapporti politici e – non lo si dimentichi – rapporti personali. Ecco però la domanda: se non viviamo in una demoicrazia, in che sistema viviamo, anche fingendo per un attimo che non esistano diversi modi per dire “popolo”?

Come prima cosa, dobbiamo ricordare che una forma di governo non è statica, data una volta per tutte e priva di relazioni con le altre, ed è per questo che una forma di governo “ottimale” può trasformarsi in una “corrotta”, serbare al proprio interno i germi della propria stessa degenerazione. Nello specifico, tradizionalmente il potere può essere “buono” o “cattivo” che sia di “uno” (monarchia/tirannia), di “pochi” (aristocrazia/oligarchia), o di “molti” (democrazia/demagogia). Il vero motore della degenerazione, del passaggio da “ottimo” a “pessimo”, indipendentemente dalla forma di governo in gioco, è l’accumulo di ricchezza con ciò che generalmente se ne fa conseguire (accentramento del potere, generale decadimento dei costumi, confusione e divisione sociale, attenzione all’esteriorità e all’avere rispetto all’interiorità e all’essere, ecc.).

Oggi diremmo il capitale o capitalismo, che non è semplicemente o prima di tutto una contingenza storica legata alla presenza di una società industriale o finanziario di tipo “avanzato” costruita sulla ragione strumentale calcolante: riguarda innanzitutto la natura umana, è una tendenza umana, una declinazione particolare della natura umana, un modo di vivere o stile di vita (più o meno in-)umano. Per questo il primo sistematico critico del capitalismo (all’epoca “crematistica”) è stato Aristotele, ripreso non a caso notoriamente da Marx. Il capitalismo è allora, semplicemente e problematicamente, la tendenza umana ad ap-profittare di qualcuno o qualcosa, a generare profitto da una situazione, ad arricchirsi alle spalle di qualcuno, ad accumulare ricchezze in misura sempre maggiore perdendo di vista cosa sia “mezzo” e cosa “fine” e così via: è la tendenza a passare stricto sensu da “Merce – Denaro – Merce” a “D – M – D1” prima (capitalismoindustriale”) e “D – D1 – D2” poi (capitalismo “finanziario”), e lato sensu da “Fine – Mezzo – Fine” a “M – F – M1” prima e “M – M1 – M2” poi.

democraziaTendenza non da cancellare bensì da tentare di limitare, in maniera sociale ossia condivisa e relazionale (insieme): democrazia è proprio il nome di tale tentativo. Ecco che il singolo “illuminato” diventa “dispotico” quando corrotto dalla sete di dominio e ricchezza affonda con sé la società, i “migliori” diventano “pochi” quando accentrano su di sé ricchezze e risorse (oligarchia e plutocrazia si tengono per mano) e il “popolo” diventa “massa” confusa da guidare con charisma quando la corruzione e il malcostume diffusi mettono ovunque in primo piano l’idiotismo privato alla condivisione pubblica e divisioni e disparità sfilacciano il tessuto sociale (questo vale anche per il liberalismo moderno: se proprio tutti governanti compresi si fanno gli “affari propri”, la democrazia liberale cessa di funzionare). Si può però oggi contrapporre la democrazia esclusivamente alla demagogia, perché vivremmo nella seconda come degenerazione della prima, nel populismo (laocrazia) ecc.? O si potrebbe anche dire: possiamo davvero ridurre i problemi della democrazia italiana al “berlusconismo”?

Viviamo certo in una demagogia nella misura in cui la corruzione di quella che ormai tutti chiamano “casta” (nonché di molti – troppi – dei suoi “elettori”) rischia di aver del tutto distrutto prima ancora che nascesse il sentimento di partecipazione e di condivisione diffuso, affidando al “capo-popolo” di turno il ruolo di trascinatore delle folle. Viviamo però anche in un’oligarchia nella misura in cui le risorse e le ricchezze sono sempre più accentrate nelle mani di pochi, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale (chiamiamo appunto “oligarchi” i miliardari russi, ma quelli italiani e non?), in una struttura definita come post-democratica (Colin Crouch) proprio per via della pressione di lobby oligarchiche che si appropriano delle funzioni esecutive e controllano le fasi della riproduzione del consenso, lasciando “intonsa” la democrazia in senso formale-procedurale mentre nei fatti la sostanza della selezione della classe politica e l’elaborazione della azione di governo sono nelle mani di “pochi” che curano i propri interessi economici. Inoltre, ricordando la distinzione tra tiranno (tyrannus absque titulo, giunto al potere in modo ingiusto) e dittatore (tyrannus ab exercitio, giunto al potere in modo legale per farne però uso ingiusto), possiamo cominciare seriamente a temere di vivere tanto in una dittatura nella misura in cui le convenzioni e i trattati stipulati in Europa aprono la strada a politiche che incidono in maniera drammatica sulla “carne viva” del (quale?) “popolo europeo”, quanto sotto tirannia nella misura in cui si assiste all’insediamento di governi “tecnici” che di fatto giungono al potere in modo ingiusto e forzando quasi esplicitamente le costituzioni nazionali.

In tal senso, è ancora troppo poco chiamare “tecnocrazia” il controllo a opera di organismi burocratico-amministrativi “emanazione” degli Stati ma presto diventati autonomi nella propria vita e gestione (in ossequio al progetto di governance globale secondo il paradigma del New Public Management). La questione del rapporto legalità-legittimità, legata in fondo alla dimensione “procedurale” del rispetto delle norme o della loro modificabilità, sfocia così in quella “sostanziale” della sovranità, che al di là del “chi” sovrano concerne, in sintesi, il grado di rilevanza delle decisioni che vengono prese, il loro contenuto, mordente e incidenza: la loro effettiva de-limitazione. Ma non possiamo fingere di non sapere che limitazione è anche perimetrazione “fisica”: l’individuazione di uno “spazio politico” non è qualcosa di meramente formale (la “sfera pubblica”), riguarda anche i limiti in ultima istanza territoriali (dai demoi antichi all’Ortung schimittiano). Sarebbe troppo facile cavarsela confondendo la dimensione giuridico-istituzionale dello “Stato” con quella socio-politica della “nazione” (o di ciò che potrebbe sostituirla), dichiarando che entrambe sono allo stesso modo ormai irrimediabilmente superate e appartenenti a un passato irrecuperabile (il cosmopolitismo che arriva “dopo il Leviatano” trascinato dalle tecnologie di comunicazione globale). Il “futurismo” non è mai stato un grande amico della buona politica, ancor meno della buona democrazia.

 

Fonte: Critica Liberale

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