Disorientamento universitario

Pubblicato il 16 Lug 2013 - 9:00pm di Redazione

DISORIENTAMENTO UNIVERSITARIO, IL RISULTATO DI UN PIANO ISTITUZIONALE CHE NON C’È

disorientamentoSiamo disorientati come i girasoli ciechi”, mai similitudine fu più azzeccata . Certo in tal caso Alberto Méndez la scrisse riferendosi alla guerra civile spagnola; ma la condizione sociale ed economica attuale permette di poter applicare queste parole anche alla società di oggi. Chi, meglio dei giovani, può essere definito disorientato? Da circa due settimane, entrano nel “mondo degli adulti” migliaia di neo-diplomati le cui prospettive si dividono ad un bivio: lavorare o proseguire gli studi. In entrambi i casi, i risvolti sembrano essere utopistici. Il lavoro non c’è e nel 2012 il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato attorno al 35,3%; l’Università è vista come unico rimedio ad una condizione di eterna inattività sociale e al contempo, paradossalmente, come fonte di un inutile pezzo di carta.

Per chi riesce a superare il primo disorientamento, scegliendo di continuare la propria carriera scolastica, si pone un altro ostacolo: quale facoltà scegliere e facendo astrazione, chi diventare nella vita. La banale domanda posta dai parenti, all’età di soli 7 anni, cioè “Che vuoi fare da grande?”, non risulta poi tanto banale se posta alla fine di un percorso scolastico, vissuto in piena adolescenza, e dopo aver superato l’esame di Stato.  Al disorientamento personale, si aggiunge un disorientamento istituzionale. Cosa è, infatti, quello che in Italia è chiamato orientamento?

Nel sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, esiste una sezione dedicata a tale prassi e nel 2009 il vice direttore generale Sergio Scala firmò un documento nel quale si esplica cosa è l’orientamento e come attuarlo. Scala cita la  Direttiva Ministeriale n. 487 del 6 agosto 1997, nella quale si afferma: “L’orientamento – quale attività istituzionale delle scuole di ogni ordine e grado – costituisce parte integrante dei curricoli di studio e, più in generale, del processo educativo e formativo sin dalla scuola dell’infanzia”; nella stessa si legge poi: ”Esso si esplica in un insieme di attività che mirano a formare e a potenziare le capacità delle studentesse e degli studenti di conoscere se stessi, l’ambiente in cui vivono, i mutamenti culturali e socio-economici, le offerte formative, affinché possano essere protagonisti di un personale progetto di vita […]”.

Come di consueto in Italia, queste parole sono rimaste, e rimangono tutt’ora, soltanto parole. Lo stesso Scala afferma che è l’ora che tali concetti diventino “prassi ordinaria”, perché in effetti ciò che in Italia è predisposto all’orientamento universitario, non fa altro che sortire l’effetto contrario: disorientare.

Il piano istituzionale per l’orientamento prevede: open days, colloqui con i docenti, saloni informativi… Analizzandoli singolarmente, se ne comprende, però, la parziale (se non totale) inutilità dal punto di vista degli studenti. Il colloquio con i docenti, ad esempio, presuppone che l’interessato abbia già un’idea di quale facoltà scegliere, il che avviene in rari casi. I saloni informativi così come gli open days non servono a spiegare  i piani di studio, le materie studiate, l’organizzazione formativa o le facoltà, quanto piuttosto a presentare la singola Università, il cui interesse amministrativo è quello di percepire più iscritti e quindi più tasse.  L’orientamento, inoltre, solitamente è effettuato durante l’ultimo anno di istituto superiore, cioè quando gli alunni si preparano ad affrontare il temutissimo esame di maturità, preoccupazione che prevale su qualsiasi altro pensiero, persino sul proprio avvenire. Spesso, quindi, lo studente non è consapevole di cosa significa il passaggio dalle superiori all’Università, proprio perché l’istruzione obbligatoria non prepara a ciò, non informa lo studente sulla realtà (spesso traumatica) che lo aspetta, né evidenzia il grande cambiamento a cui va incontro.

Una delle conseguenze di quanto appena detto può essere riassunta nella parola dispersione universitaria. Si è soliti sentir parlare di dispersione riferendosi all’abbandono delle superiori in età adolescenziale, in realtà anche a livello universitario i “disorientati” si arrendono dopo soltanto un anno di studi. Da un’indagine del Corriere della Sera è stato reso noto che uno studente su cinque abbandona l’Università dopo il primo anno di studi e che altrettanti sono i giovani che cambiano facoltà nel giro di dodici mesi. Dispersione universitaria, non significa, infatti, solo abbandono della carriera scolastica ma anche trasferimento di facoltà, sospensione degli studi, ragazzi fuori corso.

Disorientato, da dizionario, è colui che ha perso i punti di riferimento, siano essi pratici o ideali. Perché dei punti di riferimenti vengano smarriti, però, è necessario che essi vengano dati… e forse lo Stato non sta garantendo ciò.

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  1. SILVANA 17 luglio 2013 at 08:46 - Reply

    INTERESSANTE

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