Euro: una proposta pratica

Pubblicato il 4 Giu 2013 - 8:18pm di Redazione

L’ECU vera alternativa all’EURO?

Riproponiamo questo importante documento (e il relativo commento degli amici di MainStream) su una proposta operativa per il superamento dell’Euro. Un documento interessante che ci auguriamo venga discusso ed, eventualmente, criticato.

EuroQuesto è un breve saggio di due deputati al Bundestag tedesco, una del gruppo dei Verdi e uno del gruppo della Linke. È vecchio di più di due anni: questo blog non esisteva ancora, e nemmeno quello di Alberto Bagnai. Non sembra che abbia riscosso grandi risultati, e nemmeno grande attenzione. Tuttavia lo ritengo un’utilissima base di discussione di quello che potrebbe essere una seria proposta politica, ed è per questo che l’ho tradotto e ve lo presento (qui la versione originale).

Il maggior pregio del saggio è che presenta un’alternativa sia al mantenimento del disastroso status quo sia al semplice ritorno alla situazione pre-euro. È infatti evidente che il progetto tedesco di dominio economico dell’Europa costituisce una seria minaccia ai nostri diritti e al nostro benessere, con risvolti che potrebbero essere ancora più catastrofici: una delle suggestioni più interessanti del saggio è quella secondo la quale un’Europa tedesca, e cioè un’Europa che accumula stabilmente surplus commerciali con il resto del mondo, non fa altro che scaricare i suoi problemi sui Paesi extra-europei; con in più la considerazione che questo atteggiamento mercantilista, applicato su tutta Europa, innesca inevitabilmente ritorsioni a livello internazionale, ponendo le basi di una nuova, pericolosa guerra commerciale a livello globale.

Ma è altrettanto evidente (almeno per chi scrive) che la proposta del ritorno alle valute nazionali è ormai patrimonio esclusivo delle forze nazionaliste europee, da Farage a Le Pen. Ciò non significa che la proposta sia un errore in sé, ma che bisogna ammettere che i tentativi di farne un programma per le forze democratiche dei Paesi europei è ormai del tutto fallito. E così l’Unione Europea, che doveva aprire la strada ad un nuovo nazionalismo pan-europeo, è divenuta l’incubatrice per la rinascita dei vecchi nazionalisminazionali”: saranno questi ultimi, quando e se cadrà l’euro, a gestire il processo di ritorno alle valute nazionali. Con tutte le inquietanti conseguenze del caso.

L’idea fondamentale del saggio è che non si debba passare da una competizione a cambi fissi (cioè al sistema dell’euro) ad una competizione a cambi flessibili (cioè al semplice ritorno alle valute nazionali), ma approdare finalmente ad un ordinamento cooperativo e non competitivo in Europa. Per far questo gli autori si richiamano a quello che è stato l’esito geniale della speculazione intellettuale di John Maynard Keynes, ovvero alla proposta di istituire una International Clearing Union (ICU), una camera di compensazione degli squilibri delle partite correnti dei singoli Paesi. Come è noto l’impianto complessivo della proposta di Keynes di un ordine economico del mondo uscito dalla Seconda Guerra è stato accettato solo in parte a Bretton Woods, ed è poi stato smantellato progressivamente negli anni. Ora ci troviamo sotto il regime del dollaro, ed è questa la principale ragione alla base delle crisi finanziarie che funestano l’economia mondiale (l’ultima nel 2008; la prossima tra pochi anni). Perciò l’idea dell’ICU rappresenta ancora oggi la vera alternativa ad un sistema monetario basato sul predominio di una singola potenza, e perciò stesso intrinsecamente instabile e pernicioso.

Calandoci nel contesto europeo, noi troviamo che se alla base del progetto dell’UE c’è l’idea che la competizione mercantilistica vada promossa, ma vada anche regolata in modo che non degeneri in conflitti armati (come era avvenuto negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale), caposaldo della proposta keynesiana è che le nazioni devono essere libere di perseguire la politica economica che vogliono all’interno dei propri confini, ma che questo è possibile solo in un quadro di cooperazione e di regole condivise. Le nazioni perciò conservano le leve della politica fiscale e della politica monetaria, e possono utilizzarle per raggiungere la piena occupazione e lo sviluppo della società; ma se qualche Paese tenta di aggredire gli altri dal punto di vista commerciale scatta un meccanismo riequilibratore il quale, mediante*sanzioni* di varia natura, riporta la situazione alla normalità. Per fare ciò la possibilità delle monete di appezzarsi/deprezzarsi nei mercati internazionali è ridotta (ma non eliminata), ma in compenso è fortemente limitata la possibilità da parte dei capitali di muoversi da un Paese all’altro, costringendo tutti ad una “asta al ribasso” per attirarli.

Il sistema di Keynes, eliminando la competizione, apre per tutti i paesi la Via per la Prosperità (non a caso è questo il titolo di un’opera dell’economista britannico). L’ottima intuizione dei due deputati tedeschi consiste nel sostituire l’euro con un sistema che, nella sostanza, ricalca l’ICU: da qui il nome European Clearing Union scelto per la loro proposta.

In realtà, gli autori del saggio non invocano il ritorno alle valute nazionali, pur ancorate ad una valuta sovra-nazionale (un Bancor europeo), e nemmeno intendono incidere sugli attuali Trattati UE: tutte cose, a parere di chi scrive, assolutamente indispensabili. Ma il valore dell’intuizione rimane. Vorrei dunque che si sviluppasse un dibattito che prendesse spunto da queste suggestioni, vuoi aderendo interamente alla proposta dei due autori vuoi propendendo per l’applicazione, sic et simpliciter, dello schema keyenesiano all’attuale eurozona. Quest’ultima idea avrebbe il vantaggio di sgombrare il campo dalla preoccupazioni, instillate ad arte fra i cittadini dai maestri della persuasione occulta, legate alla dissoluzione dell’euro, e rappresenterebbe una proposta costruttiva e “positiva”, invece che semplicemente “negativa”, come putroppo appare l’idea di uscire dall’euro. Inoltre sul piano pratico questa proposta garantirebbe un ordinamento macro-economico idoneo, forse più che il semplice ritorno ai cambi flessibili, a favorire l’adozione di misure per l’espansione dei redditi e delle opportunità dei ceti subalterni, e persino di misure “decresciste”; infine rappresenterebbe, se implementato, un paradigma per il mondo intero. Un ECU al posto dell’euro spianerebbe la strada ad un ICU al posto del dollaro.

Naturalmente può darsi che questa via sia impercorribile per insuperabili ragioni tecniche; per questo sarebbero particolarmente gradite le recezioni critiche da parte dei nostri amici economisti. Con l’accorgimento che le obiezioni tecniche non devono esaurire il dibattito sulla sostanza e sul senso dell’intera operazione, che dovrebbe meritare una discussione a parte.

Vi auguro quindi buona e proficua lettura, con due avvertenze:

  • il “succo” della trattazione è concentrato nella parte prima, nell’inizio della seconda e nella terza, anche se ciò non vuol dire che leggere le altre parti sia una perdita di tempo;
  • ho operato vari tagli nella parte quarta, perché riguardavano solamente la Germania e non aggiungevano granché al merito della proposta.

*intendiamoci sul significato di “sanzioni”: per Keynes chi adotta un atteggiamento aggressivo e non cooperativo, come la Germania di oggi, deve essere in primo luogo “condannato” a diminuire la propria disoccupazione, ad aumentare la spesa pubblica, a incrementare i salari; chi direbbe che queste sono “sanzioni”?


LISA PAUS
Dr. AXEL TROOST
March 2011

A European Clearing Union – The Monetary Union 2.0

  1. Introduzione

EuroNegli ultimi mesi l’Unione Monetaria Europea (UME) è stata messa in discussione come mai prima d’ora. L’Euro attraversa il suo momento critico. Ciò è dimostrato dal fatto che i media e le personalità politiche non si limitano più a ribadire che la fine dell’UME porterebbe a conseguenze catastrofiche e incalcolabili, ma anzi hanno cominciato a discutere il merito di quelle conseguenze. Si parla di recessi di singoli paesi dall’Euro, così come di un Euro del Sud e uno del Nord, per non parlare dell’eventualità di un ritorno al Marco della Germania.

Fino a questo momento il Governo tedesco è andato ripetendo che la soluzione alla crisi dell’Euro è da ritrovarsi nel rigore fiscale dei paesi maggiormente in crisi, come la Grecia o la Spagna o l’Irlanda. Ma sono sempre più numerosi i Paesi europei che chiedono, con ragione, altri interventi che mettano in sicurezza il sistema dell’Euro. Si comincia a parlare di squilibri macroeconomici. Questi squilibri rappresentano il difetto strutturale fondamentale dell’UME. Dobbiamo approfittare della crisi attuale per riformare l’UME, e per porre le basi di una nuova politica economica in senso alla Unione Europea. Senza cambiamenti strutturali non saremo in grado di conservare il sistema dell’Euro in una maniera compatibile con la coesione e il benessere dei Paesi europei.

Storicamente l’UME è un progetto che non è stato fedele alla teoria delle Aree Valutarie Ottimali (1) È piuttosto un progetto politico teso all‘integrazione europea, un fine in sé desiderabile. Ma un progetto politico di questo tipo non può essere implementato ignorando le leggi dell’economia. I meccanismo del mercato, lasciati a loro stessi, spingono i Paesi deboli ai margini dell’unione monetaria. Se davvero vogliamo l’Euro, dobbiamo intraprendere un’azione politica che leghi tra loro le economie europee, facendo in modo che nessuna di esse si trovi a disagio nell’unione monetaria.

  1. Le regole di un’unione

Un’unione monetaria impone ai diversi Paesi che ne fanno parte di seguire una politica monetaria comune. La moneta unica beneficia le economie nazionali rimuovendo i rischi legati alle fluttuazioni dei cambi, e facendo risparmiare loro i costi relativi alle transazioni. Tuttavia gli Stati membri rinunciano così allo strumento del tasso di cambio, strumento che consente loro di far fronte ai ritardi in tema di competitività economica.

Una perdita di competitività, per esempio, potrebbe essere determinata da una crescita dei prezzi interni maggiore di quella che si verifica negli altri Paesi. In questo caso, quando la moneta nazionale si svaluta, i prezzi delle merci prodotte nel Paese non aumentano, e rimangono appetibili per i consumatori stranieri come per quelli residenti. Entrare in una unione monetaria comporta la rinuncia a questo strumento. In teoria, dunque, le economie nazionali dovrebbero soddisfare certi requisiti prima di entrare. Da un lato ciò implica che i Paesi membri dovranno reagire in maniera uniforme ai mutamenti economici. Ad esempio, a uguali miglioramenti di produttività nei vari Paesi dovrebbero seguire, in tutti i Paesi, uguali aumenti dei salari. Né va sottovalutato che una svalutazione della moneta unica porta ad un aumento delle esportazioni e a una diminuzione delle importazioni contemporaneamente in tutti i Paesi membri (2). Dall’altro lato questi comportamenti “simmetrici” devono essere accompagnati da reazioni asimmetriche qualora i mutamenti economici coinvolgano in misura diversa i vari Paesi: pensiamo alla crisi di uno specifico settore produttivo che ha però un peso rilevante nell’economia di un unico Paese membro. Chi propugna la teoria delle AVO sostiene che per far fronte adeguatamente agli “shock asimmetrici” tutti i Paesi che fanno parte di una unione monetaria devono disporre di un elevato grado di flessibilità e mobilità dei fattori produttivi (come la forza lavoro) e dei prezzi (inclusi i salari).

Quando l’UME fu creata queste condizioni esistevano solo in misura molto limitata tra i Paesi europei. In particolare la mobilità tra Stati della forza-lavoro è limitata dalle barriere linguistiche, e non può comunque superare certi limiti. Inoltre tale mobilità dovrebbe realizzarsi su basi volontarie, e non imposta dalla contingenza economica. Il fatto che l’UME sia stata creata senza considerare questi fattori pone in luce la dimensione prettamente ideologica di tale processo. L’UME è stata concepita come un elemento catalizzatore per un’ulteriore integrazione economica, che alla fine avrebbe condotto all’unione politica. Questo approccio affonda le sue radici teoriche nell’idea che le condizioni ideali per un’unione monetaria possano avere luogo dopo che l’instaurazione della stessa unione, e a causa di questa. La maggiore integrazione dovrebbe così portare alla sincronizzazione dei cicli economici. A dieci anni dall’introduzione della moneta comune è ormai evidente come queste aspettative fossero infondate. Le singole economie nazionali si sono sviluppate secondo direttrici diverse. Il caso della Germania è esemplare. Mentre nel 2000 questa nazione presentava un deficit di partite correnti del’1,7 %, negli anni successivi è riuscita a raggiungere avanzi anche del 7%. Contemporaneamente a questi avanzi le economie di Spagna, Portogallo, Francia e Italia hanno riportato dei deficit.

Tale dinamica è dovuta alla crescita dei salari tedeschi, la più lenta dell’intera eurozona negli anni pre-crisi. I prodotti tedeschi sono stati venduti a prezzi minori perché prodotti ad un prezzo minore. Più precisamente, più che di bassi salari la Germania ha beneficiato di bassi costi di produzione per unità di prodotto. Se la produttività cresce più di quanto crescano i salari l’impresa rimane comunque competitiva.

A partire dal 2000 la produttività del lavoro in Germania si è attestata attorno alla media europea; ma il costo del lavoro per unità di prodotto ha conosciuto un calo costante dal 2003. Ad oggi il costo del lavoro per unità di prodotto in Germania supera di soli 6 punti percentuali il livello raggiunto nel 2000; nel resto dell’eurozona è cresciuto in media di 20 punti. Evidentemente i nostri vicini europei non hanno adottato il fatalismo tipico dei lavoratori tedeschi, per i quali non esiste alternativa alla moderazione salariale. Al contrario, sono riusciti a ottenere salari migliori rispetto agli incrementi di produttività.

Questi diverse dinamiche illustrano il grande fallimento dell’atteggiamento “mercatista” dell’UME (3). I meccanismi del mercato non sono in grado, da soli, di creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile delle economie nazionali all’interno dell’eurozona. La Germania non fa eccezione. I perduranti surplus commerciali non dimostrano la forza dell’economia tedesca, ma soltanto la debolezza delle nazioni in deficit. Presto o tardi gli squilibri delle partite correnti e il declino del potere d’acquisto dei Paesi dell’eurozona si ritorceranno contro la Germania, ed essa si ritroverà alla fine in una condizione di insolvenza. Lo sviluppo sostenibile delle economie europee è possibile soltanto in condizioni di equilibrio delle singole partite correnti. Questo modello di politica economica non è inedito per la Germania. La prima Sezione della legge della Repubblica Federale Tedesca del 1967 per la promozione della stabilità e della crescita invoca chiaramente l’equilibrio dei conti con l’estero.

Oggi sempre più persone riconoscono che l’approccio prescelto per arrivare all’integrazione economica ci porta invece in un vicolo cieco. Ecco perché anche gli agitatori della retorica conservatrice stanno facendo retromarcia e pongono di nuovo l’enfasi sul “primato della politica”. Così facendo tentano di trionfare dove i meccanismi del mercato hanno fallito, e cioè ottenere la riduzione dei salari e il taglio delle prestazioni sociali in tutta Europa. Tuttavia noi non abbiamo bisogno di una unione monetaria che è indissolubilmente legata a certi interessi particolari, ma di meccanismi compensativi e stabilizzatori che favoriscano uno sviluppo economico sostenibile per ogni cittadino europeo. L’alternativa a questi meccanismi sono i trasferimenti a fondo perduto. Se la Germania vende beni a credito, e poi la nazione debitrice è costretta a fare default, alla fine i tedeschi hanno venduto beni in cambio di nulla. I meccanismi compensativi devono avere come scopo principale assicurare l’equilibrio dei saldi commerciali. Questo sforzo deve tenere in conto anche l’obiettivo di una maggiore giustizia sociale.

2. a) Il dibattito attuale: come riportare in equilibrio i saldi commerciali

La crisi europea dei debiti sovrani mette in luce diverse falle nella struttura dell’UME. Gli squilibri delle partite correnti che si sono accumulati in un lungo periodo di tempo sono un grave problema, e non solo per i Paesi in deficit. Anche in Paesi in surplus come la Germania deve temerli, visto il recente crollo dell’export tedesco verso i Paesi in crisi. Per questa ragione quasi tutti gli osservatori, nonché vari soggetti sociali, concordano sulla necessità di introdurre misure per tenere sotto controllo le partite correnti e per correggerle quando esse si allontanano troppo da uno stato di equilibrio. Non sono mancate le proposte pratiche in tal senso. Due ottimi esempi sono l’External Stability Pact e il Macroeconomic Scoreboard.

2. b) L’External Stability Pact

L’indisciplina di bilancio è solo una delle cause della crisi dell’eurozona. Nel caso della Spagna e dell’Irlanda, l’esplosione del debito pubblico è stata interamente dovuta alle misure governative di salvataggio del sistema bancario. Nel 2007 il debito irlandese era il 25% del Pil; oggi è il 100%. Dieci anni di sforzi fiscali per mantenere basso il debito sono stati spazzati via in due anni. Come l’ Irlanda anche la Spagna vantava successi notevoli nel consolidamento del debito pubblico. Ma ciò che davvero colpisce del caso spagnolo è che la riduzione del debito pubblico era accompagnato da costanti deficit delle partite correnti. Questo è avvenuto per via dei debiti del settore privato.

Sebastian Dullien e Daniela Schwarzer hanno sottolineato il legame tra i due fenomeni fin dal 2009. Essi sostengono che un difetto del Fiscal Compact è proprio la cecità nei confronti dei debiti del settore privato. Conseguentemente essi sostengono l’adozione di un External Stability Pact, che indica nell’equilibrio dei conti con l’estero il principale criterio per giudicare un sistema economico come stabile. Secondo gli autori di questa proposta saldo delle partite correnti, sia negativo che positivo, non dovrebbe superare il 3% del PIL. Entro questi margini si possono avere deficit e surplus.

Assumendo un tasso di crescita del 5%, ciò significherebbe un limite di accumulazione dei surplus (o dei deficit) commerciali pari al 60% del PIL (4). Entro questo limite si suppone che non esistano rischi legati alla bilancia dei pagamenti. A differenza della Spagna, l’Irlanda aveva deficit di partite correnti relativamente contenuti, mentre le finanze pubbliche attraversavano una fase di risanamento. Ma le banche irlandesi facevano troppi prestiti al settore privato. Ecco perché Dullien e Schwarzer suggeriscono di monitorare anche i debiti del settore privato per individuare per tempo le criticità che non emergono dall’analisi dei conti con l’estero.

I criteri previsti dall’ External Stability Pact si applicano ai surplus come ai deficit. Gli Stati che non si adeguano dovrebbero ricevere un avvertimento preventivo. Se un Paese viola ripetutamente le regole del patto, le sanzioni potrebbero includere un taglio dei fondi comunitari, oppure delle multe. Al fine di limitare i poteri di veto degli Stati, maggiori poteri dovrebbero essere attribuiti alla Commissione Europea.

Questa proposta va nella giusta direzione, sopratutto perché non si limita a punire i Paesi in deficit, ma costringe anche quelli in surplus a rispettare i termini del trattato. In questo il Pact concentra l’attenzione sulla dimensione macroeconomica, più che su quella meramente fiscale. Invece di individuare nel debito pubblico il criterio fondamentale perché un’economia possa dirsi stabile, la proposta basa questo giudizio sull’equilibrio generale del sistema economico considerato. Ovviamente possiamo chiederci se la soglia del 3% del PIL sia adeguata. Tale valore è appropriato solo partendo dall’ipotesi di una crescita nominale del 5%. Ma i vari Paesi possono crescere a ritmi molto diversi. Quelli con tassi di crescita elevati potranno permettersi una maggiore esposizione sull’estero, mentre i Paesi che crescono meno dovranno avere saldi più contenuti.

2. c) Il Macroeconomic Scoreboard della Commissione Europea

I recenti sviluppi hanno dimostrato che i criteri di Maastricht non sono capaci di prevenire una crisi del debito del tipo che stiamo sperimentando. Questo perché l’attuale crisi non è dovuta solo all’indisciplina di bilancio, bensì agli squilibri macroeconomici. Diversi governi europei stanno perciò discutendo su quali siano i principali indizi da cui dedurre, per tempo, l’emergere di questi squilibri. È stata menzionata la creazione di una banca dati, o “scoreboard” (tabellone segna punti, NdT), da cui ricavare informazioni sullo stato di salute delle singole economie nazionali. Altri indicatori al vaglio delle opinioni sono la posizione debitoria netta, il tasso di cambio reale in rapporto al costo del lavoro, lo stesso costo del lavoro per unità di prodotto, la quota dei singoli Paesi nel commercio estero ecc (European Commission, 2011a-f).

La Commissione Europea non intende attribuire un valore legale a questi indicatori, ossia non intende connettere alla loro violazione l’apertura automatica di una procedura di infrazione. Al contrario, questi indicatori servirebbero semplicemente da punti di riferimento per il dibattito politico.

In ultima istanza ci dovrebbe sempre essere un giudizio politico al termine del procedura di monitoraggio degli squilibri. In contraddizione con il Fiscal Compact, gli indicatori delle partirte correnti non prendono in considerazione soltanto le passività: anche i surplus devono essere analizzati e giudicati. In ogni caso al termine di questo giudizio si potrebbe arrivare ad una procedura di infrazione, con le relative raccomandazioni della Commissione.

Questo tentativo di ricostruire le effettive condizioni economiche degli Stati membri adoperando diversi e numerosi indicatori statistici rappresenta un indubbio progresso, sopratutto per quanto riguarda la necessaria simmetria con la quale dobbiamo guardare ai fenomeni dei deficit e dei surplus. Tuttavia questo approccio sconta diversi problemi per quanto riguarda la raccolta dei dati e la loro interpretazione. La domanda fondamentale è: cosa succede se un Paese come la Germania accumula surplus commerciali per diversi anni consecutivi? Allo stato attuale non esistono meccanismi che possano forzare la Germania ad adottare le misure necessarie a ridurre i suoi surplus. È più probabile che la Germania, la cui linea è ufficiale è che gli altri Paesi europei devono diventare più competitivi, riesca ad avere sempre l’ultima parola nell’ambito dell’UE.

Con il suo “Patto per la competitività” il governo tedesco ha già dimostrato come intende correggere gli squilibri macroeconomici. Col pretesto di aumentare la competitività, il governo taglierà le prestazioni sociali e ridurrà i salari. Nel testo governativo è compresa la “fine dell’indicizzazione dei salari”, “il contenimento del costo del lavoro in termini reali”, e “l’adeguamento del sistema pensionistico ai mutamenti demografici”. Tutto ciò obbligherà gli europei a seguire il percorso che le élite economiche hanno già tracciato con successo in Germania: la forza contrattuale del Lavoro verso il Capitale sarà indebolita. Abbiamo già visto nella stessa Germania dove portano queste politiche: a un’enorme allargamento della forbice tra ricchi e poveri.

Finché soltanto il Consiglio Europeo sarà autorizzato a prendere decisioni riguardanti gli squilibri macroeconomici, l’egemonia tedesca utilizzerà anche l’idea dello “scoreboard” per devastare lo Stato Sociale europeo. Di sicuro non è questa la strada per raggiungere uno sviluppo economico sostenibile. Diminuzioni dei salari su larga scala ridurranno il potere d’acquisto all’interno dell’eurozona, e danneggeranno le economie nazionali, le quali daranno molto più peso al commercio con i Paesi extra-UE piuttosto che allo sviluppo economico interno. Questa logica implica un aumento dell’avanzo commerciale europeo nei confronti del resto del mondo. Alla fine, questa strategia non farà altro che trasferire i guai dell’Europa sulle economie del resto del mondo.

3. Una nuova strategia: la European Clearing Union

La lezione più importante che la crisi ci consegna è che la nuova UME dovrà basarsi sul principio dell’equilibrio delle partite correnti tra gli Stati membri. La proposta del “macroeconomic stability pact” va nella giusta direzione, e la limitazione dei disavanzi commerciali è parte integrante dell’idea dello “scoreboard” della Commissione. Ma queste proposte non bastano: anche solo il 3% di avanzo strutturale delle economie della Germania e del Benelux condurrebbe prima o poi a un eccesso di indebitamento estero degli altri Stati membri. In questo senso la nostra proposta può essere presentata come un argine per il debito estero.

La proposta di una “European Clearing Union” che qui esponiamo combina aspetti specifici del dibattito corrente con una rivisitazione di uno storico progetto elaborato negli anni ’40. Anche allora, del resto, si cercava di trarre una lezione da una grande crisi globale. Durante il vertice internazionale di Bretton Woods il capo della delegazione britannica, John Maynard Keynes, avanzò l’ipotesi di un sistema per compensare gli squilibri delle partite correnti. La parte probabilmente più significativa del piano era il dovere di mantenere i conti con l’estero in pareggio posto a carico sia dei paesi in surplus, sia dei paesi in deficit.

Già allora Keynes lamentava l’insensatezza di porre a carico del solo Paese debitore la responsabilità degli squilibri nei conti con l’estero e l’onere di porvi rimedio: “in termini di tensioni sociali, i costi del riequilibrio da parte della nazione debitrice, da attuare attraverso la variazione dei prezzi e dei salari, non è paragonabile a quello che sopportato dai creditori. (…) La tensione sociale prodotta da un aggiustamento “verso il basso” è molto maggiore di quella riconducibile ad un aggiustamento “verso l’alto”, e c’è da considerare che l’aggiustamento è una scelta obbligata per il debitore, ma una mera facoltà per il creditore. Se il creditore si rifiuta di collaborare all’aggiustamento non incorre in nessuna conseguenza negativa” (Keynes 1941/1980: 28). Dato che questa disparità non era soltanto iniqua, ma anche economicamente controproducente, Keynes propose un sistema nel quale “il peso dell’aggiustamento grava sul creditore almeno quanto sul debitore“; “Il punto è che non bisogna permettere al creditore di rimanere inerte, perché in questo caso costringiamo ad un’impresa impossibile la nazione debitrice, che si ritrova per questa ragione in una posizione di debolezza” (Keynes, 1941/1980: 49).

Euro3. a) Il piano di John Maynard Keynes

Nel 1940 il governo britannico incaricò Lord Keynes di pianificare un modello di ordine economico globale per il mondo uscito dalla guerra. A seguito del crollo di Wall Street del ’29, della susseguente Grande Depressione e del conflitto mondiale il commercio internazionale era giunto ad una paralisi quasi completa. Il sistema finanziario internazionale era rimasto instabile sin dal collasso del gold standard del 1914, e aveva conosciuto solo dei temporanei rattoppi. Keynes utilizzò il prodotto della sua ricerca scientifica per sviluppare un modello di “International Clearing Union” (ICU) basato su tre principi.

Ogni Paese avrebbe dovuto disporre di un conto corrente presso la nuova camera di compensazione internazionale, sul quale sarebbero stati registrati tutti i suoi flussi commerciali, in entrata come in uscita.

1. Una nuova valuta sovranazionale

L’unità di conto di questi flussi avrebbe dovuto essere una valuta sovranazionale, il “bancor”, che sarebbe rimasto indipendente dalle valute nazionali. Lo scopo era prevenire lo stato di cose a cui erano giunti tutti i precedenti sistemi monetari, e cioè il dominio della moneta della nazione più forte (fino ad allora la Sterlina: fin da allora il Dollaro).

2. Libero commercio, libere politiche economiche, movimenti di capitale limitati
Il sistema era concepito per stimolare il commercio internazionale, e allo stesso tempo garantire ai governi nazionali una sufficiente libertà di politica economica. Per favorire la stabilità del commercio internazionale, i tassi di cambio delle valute nazionali rispetto al Bancor sarebbero stati fissi, ma aggiustabili. Parallelamente ogni nazione avrebbe conservato la propria sovranità fiscale e monetaria in modo da promuovere crescita e occupazione secondo i propri orientamenti. La fissità dei cambi e la disomogeneità delle politiche monetarie nazionali (e quindi la disomogeneità dei tassi di interesse) rendevano necessarie forti limitazioni al movimento internazionale di capitali. Ciò faceva dell’ICU l’esatto opposto del sistema aureo pre-1914, che assicurava massima libertà ai movimenti di capitale ma negava ai singoli Paesi e alle loro banche centrali ogni intervento diretto in materia di politica monetaria.
3. Un sistema per compensare i saldi con l’estero

Il terzo elemento-particolarmente istruttivo, se si tengono a mente i difetti strutturali dell’UME sopra descritti era costituito da un meccanismo riequilibratore dei disavanzi commerciali che operava mediante sanzioni.Qualsiasi nazione che importi in maniera continuativa più di quanto esporti va inevitabilmente incontro a una crisi del debito, perché avrà bisogno di prendere a prestito capitali stranieri per pagare le merci importate. I creditori in genere chiedono forti garanzie, e finiscono per imporre misure di austerità. Ma i deficit dei Paesi debitori non fanno altro che riflettere i surplus dei Paesi creditori, visto che la somma complessiva di tutti i saldi commerciali nazionali è per definizione pari a zero. Perciò se i debitori si decidono a saldare i propri debiti, i creditori devono rinunciare ai propri surplus. Questo era esattamente quanto previsto dall’ICU, un sistema simmetrico concepito per mettere sullo stesso piano entrambi i lati della transazione.

Alla fine dell’anno i conti presso l’ICU dei Paesi con avanzi commerciali avrebbero registrato un credito, mentre quelli dei Paesi in disavanzo avrebbero registrato un saldo negativo. È consuetudine che si remunerino i conti in attivo con degli interessi, e che gli stessi interessi gravino, ma col segno opposto, sui titoli di conti in passivo. La logica dell’ICU invece era l’esatto contrario (5).

I surplus (e cioè conti in attivo presso la ICU) sarebbero stati oggetto, esattamente come i deficit, di un’imposizione fiscale progressiva a titolo di sanzione. Ciò avrebbe favorito la tendenza all’equilibrio. I crediti e i debiti col tempo si sarebbero cumulati. Keynes, inoltre, voleva introdurre soglie massime sia per i crediti che per i debiti, e suggeriva che fosse la media dei guadagni derivati dalle esportazioni in un dato anno. Gli avanzi soprasoglia sarebbero stati immediatamente trasferiti al fondo di riserva dell’ICU. Questo avrebbe impedito agli Stati di accumulare troppi crediti, e allo stesso tempo avrebbe prevenuto l’espandersi dei debiti esteri (e cioè dei conti in passivo presso l’ICU).

A seconda della gravità dello squilibrio, Keynes aveva preparato un pacchetto di misure sanzionatorie ulteriori rispetto a quelle finanziarie sopra descritte. Attraverso una politica fiscale espansiva, ad esempio, un Paese in surplus avrebbe aumentato la propria domanda aggregata, e quindi anche la domanda di beni dall’estero. Un’altra possibile misura era l’aumento generalizzato dei salari, in quanto esso, oltre ad aumentare la domanda di beni importati, riduce la competitività del Paese in questione ad un livello tollerabile per il resto del mondo.

Noi crediamo che almeno il 50% degli oneri per la creazione e il mantenimento di un commercio estero equilibrato nell’eurozona deve essere posto a carico delle nazioni che presentano saldi commerciali strutturalmente in surplus. Per questa ragione proponiamo di cambiare le regole dell’UME. Combineremo perciò le logiche sia dell’ External Stability Pact sia del progetto di Keynes del ’40, fino ad arrivare ad una European Clearing Union– un Euro 2.0.

In un’area economicamente integrata come l’UE, è del tutto irrealistico sperare che tutti i Paesi godano ogni anno di conti con l’estero in pareggio. Ci saranno sempre fluttuazioni di breve termine negli scambi commerciali tra europei. Perciò il modello che ci garantisca partite correnti in equilibrio deve intervenire sul medio periodo, presumibilmente su un arco di 3-5 anni.

Più concretamente, la nostra proposta prevede l’adozione di limiti vincolanti per gli squilibri delle partite correnti all’interno dell’UE. Per il breve termine (in ipotesi un anno) proponiamo di trarre dall’External Stability Pack di Dullien e Schwarzer il margine di fluttuazione dei conti con l’estero (sia in passivo che in attivo) del 3% del PIL. Tale margine dovrebbe servire da freno per le fluttuazioni congiunturali. Un esempio potrebbe essere quello di un Paese che sperimenta una forte crescita che porta ad un incremento delle sue importazioni, mentre le altre nazioni europee vedono le proprie esportazioni languire a causa di una recessione.

Ma nel lungo termine saldi del commercio estero devono essere bilanciati. Qui è utile la proposta di Keynes. Insieme al margine di fluttuazione del 3%, tutte le nazioni dovrebbero essere vincolate al rispetto di un limite di accumulazione di squilibri nei conti con l’estero pari al 50% della media dei loro guadagni da esportazioni di un dato anno. Da qui la dizione “limite di lungo termine” per tale soglia.

Facciamo un esempio numerico. Il Paese A produce redditi per $100. Di questi 50 sono dovuti alle esportazioni – una situazione simile a quella tedesca. Il margine di fluttuazione di breve periodo è pari a $3, mentre quello di lungo periodo corrisponde alla metà di $50 e cioè $25. Se il Paese A tocca il margine massimo consentito di avanzo commerciale per quattro anni accumulerà $12 ($3×4), pari al 12% del Pil e al 24% dei redditi generati dalle esportazioni. Dato che tale limite è fissato al 50% di questi redditi ($25), è chiaro che in pochi anni (5, per la precisione) il Paese A supererà la soglia consentita per il lungo periodo, e pertanto deve cambiare la sua condotta.

Per assicurare il rispetto di queste misure l’ECU necessita di un sistema di incentivi e di penalizzazioni. In maniera analoga a quanto disposto dal Fiscal Compact, nella nostra proposta si prevede l’apertura di una procedura di infrazione contro chi supera i limiti e le soglie di cui sopra. La procedura si aprirebbe sia quanto un Paese viola il margine massimo consentito di fluttuazione nel breve periodo, sia quanto viola il limite massimo riferito al lungo periodo. In entrambi i casi la Commissione Europea dovrebbe ammonire il Paese in questione, e costringerlo a spiegare pubblicamente e di fronte alle altre istituzioni europee come intende rimuove i suoi squilibri nei conti con l’estero.

Parallelamente sarebbe sensato introdurre un meccanismo di penalizzazione finanziaria progressiva. Sul modello della clearing union keynesiana, le sanzioni dovrebbero fungere da deterrente contro qualsiasi squilibrio, anche minimo. Le varie nazioni dovrebbero pagare una penale annua pari all’1% degli squilibri accumulati sopra la soglia del 15% del limite massimo di lungo periodo. Se gli squilibri superano il 25% del limite la penale dovrebbe raddoppiare. Vista la posizione di debolezza dei Paesi debitori, ben descritta da Keynes, proponiamo sanzioni maggiori a carico dei creditori. I surplus che superano il 50% del limite massimo dovrebbero portare ad una penale del 4%; quelli che superano il 75% a una penale dell’8%.

Il ricavato delle sanzioni potrebbe essere versato in un fondo che finanzi le infrastrutture comuni europee, e i progetti volti a cementare la coesione tra gli Stati. Una delle funzioni principali di questo fondo dovrebbe essere quella di promuovere riforme strutturali mirate al pareggio delle partite correnti sia presso i debitori, sia presso i creditori. L’apparato sanzionatorio appena delineato può leggersi come un sistema che costringa gli Stati con conti in disequilibrio a partecipare in maniera costruttiva a forme di coordinazione macroeconomica tra membri della UE. Se i membri della UE riallineano i propri fondamentali macroeconomici, come il mercato del lavoro, le politiche sociali, quelle fiscali e così via, non dovrebbe essere difficile per loro rispettare le soglie e i limiti dell’ECU, nonché correggere prontamente gli squilibri in caso di ammonimento da parte della Commissione.

Se nonostante tutto la procedura di infrazione viene aperta, l’ammonimento iniziale dovrebbe contenere un catalogo di raccomandazione sul modo con il quale i Paesi in deficit come quelli in surplus devono correggere i propri squilibri. In un momento successivo il Paese sotto esame dovrebbe fornire al Consiglio Europeo e al Parlamento Europeo un piano di compensazione dei conti con l’estero. Tale piano dovrà contenere i dettagli sulle misure da prendere per correggere gli squilibri. Dovrà anche contenere una risposta alle raccomandazioni dell’atto di ammonimento. Se il Paese rifiuta in tutto o in parte di ottemperare le istruzioni ricevute, dovrà illustrare l’efficacia delle altre misure che intende adottare.

Sia il Consiglio che il Parlamento dovranno votare una mozione, a maggioranza semplice, con la quale dichiarano la propria fiducia nel piano di correzione. Se ciò non avviene, allora il piano si intende bocciato e il Paese dovrà elaborarne un altro.

Se guardiamo a come la crisi dell’euro è stata effettivamente gestita, vediamo che non sono certo mancati rigorosi piani di aggiustamento per nazioni in difficoltà come la Lettonia o la Grecia. Tuttavia, il crollo dell’economia lettone (-18% del PIL nel 2009) e greca (-4,2% nel 2010) hanno chiarito come l’attuale strategia di riduzione del debito non funziona in presenza di tassi negativi di crescita. Questo metodo non può avere successo, almeno finché, come diceva Keynes, ai Paesi in surplus è consentito di rimanere inerti.

Fra i meccanismi di compensazione della sua Clearing Union, Keynes includeva tre percorsi di aggiustamento: in primo luogo la svalutazione e la rivalutazione delle monete; poi le sanzioni finanziarie, dirette specialmente contro i surplus accumulati; infine, misure di aggiustamento di tipo “politico”. Data l’impossibilità, all’interno dell’eurozona, di attivare il primo percorso, i due che rimangono devono essere implementanti in misura massiccia. Inoltre, è sempre necessario affiancare alle misure di aggiustamento per i Paesi in deficit quelle rivolte ai Paesi in surplus. Queste ultime possono essere divise grossomodo in due gruppi.

3. b) Misure per stimolare le importazioni

I surplus dovrebbero essere ridotti aumentando la domanda di beni importati. Nella sua Clearing Union Keynes suggeriva misure per aumentare i consumi e gli investimenti (Keynes 1941/1980: 80). Naturalmente sarebbe auspicabile che la BCE adoperasse diversi strumenti di politica monetaria per determinare l’allargamento o la restrizione del credito in maniera differenziata rispetto ai singoli Paesi (6). Considerate le restrizioni in materia creditizia, le misure per stimolare i consumi assumono un’importanza centrale.

Gli Stati in surplus dovrebbero innanzitutto lavorare perché si verifichi una crescita del livello generale dei salari, per esempio innalzando gli stipendi nel settore pubblico e nelle imprese statali. Inoltre potrebbero introdurre soglie legali minime di salario, in modo da aumentare il potere contrattuale dei lavoratori del settore privato, come anche concedere in maniera più generosa sussidi e altri strumenti di sostegno al reddito e migliorando la protezione contro i licenziamenti.

Incrementando poi la spesa pubblica in investimenti volti alla riconversione ecologica dell’economia (nei campi dell’educazione, dell’efficienza energetica e nel risparmio, nello sviluppo delle energie rinnovabili, nella ristrutturazione del sistema dei trasporti), aumentando le pensioni, ampliando le prestazioni sociali a favore dei bisognosi si garantirebbe una significativa crescita nei consumi interni, che si tradurrebbe in un incremento delle importazioni.

3. c) Riforme strutturali per ridurre la dipendenza dall’estero
Oltre ad aumentare le importazioni, è molto importante per Paesi come la Germania ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni, e cominciare a dirigere la loro produzione verso il mercato interno. Il rafforzamento della capacità di consumo favorirà questo processo, perché indurrà le imprese che fino ad oggi si sono specializzate nelle esportazioni a interessarsi di un mercato interno in decisa espansione. Non c’è dubbio che la crescita del livello medio dei salari riduce, in una certa misura, il vantaggio competitivo delle industrie esportatrici. Ma, allo stesso tempo, noi dobbiamo affrontare la sfida della riconversione della nostra economia in modo che essa diventi compatibile con l’ambiente, nonché, sulla scorta del mutamento della nostra struttura demografica, dobbiamo favorire la creazione di nuovi posti di lavoro qualificati nel campo della salute, dell’educazione e delle infrastrutture. La strada che porta all’economia sostenibile passa anche da un rafforzamento della domanda interna.

4-Salire su un’ECU- la traiettoria della Germania

All’inaugurazione di un sistema di compensazione come noi lo intendiamo, tutti i Paesi coinvolti dovrebbero essere vincolati al riequilibrio delle loro posizioni sull’estero nel giro di 5-8 anni, in modo da non superare il limite massimo di lungo periodo. Negli anni tra il 2006 e il 2010, la Germania ha accumulato avanzi nelle partite correnti pari 580 miliardi di euro. Se la Germania intendesse ridurre a zero questi surplus tra il 2011 e il 2015, dovrebbe operare una riduzione di 16 miliardi l’anno, fino ad arrivare a un taglio di 230 miliardi in cinque anni.

Per ridurre il suo avanzo strutturale nei confronti degli altri membri dell’UE di almeno 80 miliardi la Germania dovrebbe aumentare le importazioni e ridurre le esportazioni. Un ottimo genere di importazione sarebbe l’energia pulita che potrebbe essere prodotta negli assolati Paesi del Sud Europa, e ciò sarebbe utile anche per raggiungere gli obiettivi in tema di cambiamenti climatici che l’UE si è posta. Sfruttando gli investimenti europei, queste forniture energetiche potrebbero presto sostituire le importazioni di gas e petrolio. La UE potrebbe adottare incentivi affinché la Germania spenda parte dei risparmi accumulati in progetti di questo tipo.

Se assumiamo che circa due terzi di questi aumenti nel salario reale si traducano in maggiori consumi, e che di questi il 10% si rivolga verso prodotti importati, ciò vorrebbe dire che un punto di crescita dei salari porterebbe a maggiori importazioni nell’ordine di 36-48 miliardi di euro, di cui almeno la metà provenienti dall’interno della UE.

Ciò è inevitabile, anche se dovesse portare ad una riduzione delle commesse per qualche industria specializzata in esportazioni. Uno dei fattori decisivi di un mutamento strutturale di questo tipo è proprio la misura in cui una nazione è in grado di rimpiazzare la minor domanda estera con un’espansione del mercato interno.

Tuttavia, non sarà possibile vendere sul mercato interno tutto quello che non verrà più esportato. Per esempio sarebbe folle impiegare nelle campagne tedesche tutto il fertilizzante che produciamo per il mercato globale. In ogni caso, anche l’idea di vendere più auto nel mercato domestico che all’estero ignora la complessità della situazione. La Germania esporta sopratutto costose auto di grandi dimensioni, che sono più inquinanti di molti modelli più piccoli che il nostro Paese importa dalla Francia o dall’Italia. Non faremmo dunque un favore né all’ambiente né all’equilibrio dei conti con l’estero se riempissimo le nostre strade con le grandi auto tedesche e smettessimo di acquistare i modelli francesi e italiani. Un’alternativa potrebbe invece essere convertire le produzioni automobilistiche nella costruzione di oc-generatori per il riscaldamento domestico.

Se vogliamo uno sviluppo europeo più stabile, non c’è dubbio che la Germania deve abbandonare il suo modello orientato alle esportazioni e concentrarsi sulla domanda interna. Questo implicherà sicuramente ridimensionare il settore industriale, per passare alla creazione di posti di lavoro qualificati e garantiti nel settore dei servizi. Stiamo dunque parlando di un cambiamento strutturale che avverrà nel medio-lungo periodo; un cambiamento che, al pari di quello dovuto allo smantellamento dell’industria carbonifera, richiederà molta pazienza, sforzi di fantasia e la collaborazione di tutte le istituzioni, sia pubbliche che private. Anche se questo cambiamento strutturale rappresenta un impegno di enormi proporzioni, la sua implementazione pratica è possibile. Questo è il momento opportuno per favorire questo cambiamento attraverso una riforma del sistema economico europeo, riforma che è ineludibile sia per ragioni sociale che ecologiche.


Bibliografia:
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15
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European Commission (2011 b), “The Design of the Scoreboard for the Surveillance of Macro-
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European Commission (2011 c), “The Design of the Scoreboard for the Surveillance of Macro-
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Heinen, Nicolaus (2011), “Makroökonomische Koordinierung. Was kann ein Scoreboard-Ansatz
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Keynes, John Maynard (1941/1980), “Activities 1940-1944: Shaping the Post-War World: The
Clearing Union”, The Collected Writings of John Maynard Keynes, Vol. XXV, Macmil-
lan/Cambridge University Press, London/Cambridge, 1980.

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1 Secondo la teoria delle Avo, soltanto i Paesi che presentano forti analogie nei fondamentali economici e che registrano tassi di sviluppo sincronici sono adatti a condividere la stessa valuta.
2 La maggior parte dei Paesi soddisfa tale condizione, detta di Marshall Lerner. Se però un Paese ha una elasticità alle importazioni nulla (per esempio perché è costretto a importare beni indispensabili, come i generi alimentari e farmaceutici), allora la svalutazione comporta un aumento dell’indice generale dei prezzi. Nemmeno un contestuale aumento delle esportazioni può rimediare a un simile stato di cose.
3 Ogni essere umano razionale si chiederà a questo punto in quale misura i padri fondatori dell’UME hanno preso in considerazione il problema dei livelli di prezzi e salari che crescono in maniera diversa da Paese a Paese. La risposta è semplice quanto sconvolgente: in nessuna misura. E questo non è l’unico difetto strutturale dell’UME. Avere un unico tasso di interesse ufficiale per l’intera eurozona ha allargato, e non ristretto, il divario tra le economie nazionali. Dato che all’interno di un’area monetaria così vasta esistono sempre delle differenze “regionali”, le nazioni che crescono più velocemente si avvantaggiano di tassi di interesse relativamente più bassi, dato che sono allineati alla media delle condizioni economiche dell’intera unione. Per le nazioni che crescono meno il tasso di interesse medio è comunque troppo alto, e non permette all’economia di ricevere uno stimolo sufficiente. Il risultato è un avvitarsi dei differenziali di inflazione e crescita, che produce bolle speculative nelle economie dinamiche (è il caso dell’Irlanda) e stagnazione, o addirittura deflazione, in quelle meno dinamiche.
4 cf. Sebastian Dullien and Daniela Schwarz (2009): Die Eurozone braucht einen außenwirtschaftlichen Stabilitätspakt (The Eurozone needs an External Stability Pact), p. 5 f, SWP-Aktuell 27.
5 Sotto il gold standard, il prezzo delle valute era fissato in proporzione a un certo quantitativo d’oro. Per aumentare l’offerta di moneta bisognava importare maggiori quantità d’oro; e dato che l’oro era il mezzo di pagamento del commercio internazionale l’unico modo per accumularlo era godere di un avanzo commerciale.
6 Va chiarito che, nella pratica, molte funzioni di politica monetaria continueranno a essere esercitate dalle banche centrali nazionali. Questo articolo non approfondisce il tema di quanto ristrette e differenziate a livello nazionale possano essere le misure che incidono sull’offerta di moneta. Tuttavia certe differenze, per esempio in materia di riserve obbligatorie, da Stato a Stato sono realistiche e consigliabili.
Fonte: Main-Stream
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4 Commenti finora. Sentitevi liberi di unirsi a questa conversazione.

  1. sergio 24 giugno 2013 at 08:46 - Reply

    Confesso che non ho ancora letto tutto l’articolo ma solo scorso.
    Se la proposta nasce da studi di Keynes, penso possa essere una cosa buona o almeno da valutare con attenzione.
    Ma mi è venuto un attacco di orticaria quando ho letto del BANCOR!!
    Basta con monete sovrannazionali! Basta SME, ECU, EURO.
    Usciamo dall’euro lasciando il cambio della nuova LIRA libero di fluttuare, poi valuteremo proposte più articolate.

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