Land of mine – Sotto la sabbia, recensione e trama del film che racconta la storia danese più buia

Pubblicato il 24 Mar 2016 - 8:45am di Jessica Cerino

Land of mine,  il nuovo film del regista danese Martin Zandvliet, dal 24 marzo sarà in tutte le sale cinematografiche italiane. Un lungometraggio, questo, che racconta la storia danese più buia e finora censurata del dopoguerra.

Trama “Land of Mine”

Il Sergente Rasmussen (Roland Moller), fa marciare la sua squadra di giovani soldati tedeschi sulle dune ogni giorno per disinnescare le mine. L’obiettivo è ripulire la Danimarca, punendo ciò che resta del regime nazista. Tutto, ben presto, si trasformerà in una carneficina che metterà in crisi anche lo stesso cuore di gelido del militare danese.

Subito dopo la resa della Germania nazista, nel maggio del 1945, tanti soldati tedeschi  – molti dei quali appartenevano alla milizia nazionale di Hitler “Volkssturm” – furono arruolati per disinnescare le mine lungo la lunghezza della costa occidentale danese. Alcuni erano giovanissimi, altri molto anziani. Altri ancora avevano solo 13 anni.

La pellicola di Zandvliet con freddezza e trasparenza narra una fra le tragedie più occultate da libri e mass media. Fino ad oggi, infatti, gli eventi che ruotano attorno alla pulizia delle spiagge della Danimarca erano considerati tabù nella storia moderna danese. Il processo di smistamento, durato cinque mesi, causò più vittime di tutto il periodo dell’occupazione tedesca in Danimarca. L’idea di utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi per svolgere il pericoloso compito di sminamento arrivò alle autorità britanniche, ma fu messa in pratica senza obiezioni da parte dell’amministrazione danese. La brigata danese fu incaricata di dirigere e gestire l’operazione, nonostante la Convenzione di Ginevra del 1929 vieta di obbligare i prigionieri di guerra a svolgere lavori forzati o pericolosi.

Land of mine, perciò, immortala una fotografica storica, parlando delle conseguenze della guerra, portando lo spettatore a riflettere sull’umanità. Quasi come “La banalità del male” di Hanna Arent, il lungometraggio inquadra il desiderio di vendetta del Paese, ma anche l’odio, e alla fine l’amore e la brama di riconciliazione. Il film mette in discussione l’esistenza di un male intrinseco che potrebbe esistere in tutti noi.

Inevitabilmente, il finale lascia un quesito: è mai possibile provare simpatia per coloro che hanno rappresentato il terrore nazista? Il candore dei volti di ragazzi che non conoscono il mondo, non hanno mai baciato una ragazza, patiscono la fame – così come nei campi di concentramento -, si sentono fratelli, piangono il compagno morto.

Recensione del film Land of Mine

Il susseguirsi lento delle immagini, i primi-piano silenziosi sui volti stanchi ed emaciati dei soldati inesperti ed affamati, l’azzurro del cielo e del mare che si colora in un attimo del rosso delle esplosioni, sono i tratti peculiari di questo prodotto cinematografico. Il quadro disegnato sulla pellicola dell’autore, difatti, delinea un scenario fra il reale-storico e il surreale, dal quale non si può fuggire. Come ha precisato dal regista: “non volevo che la telecamera attirasse l’attenzione sui personaggi. Mi sono ispirato a gente come David e Albert Maysels. Il modo in cui i fratelli Mayes hanno filmato i loro personaggi. E’ una cosa bella e rara, quando ciò accade. E questo accade solo quando si diventa tutt’uno con gli esseri umani che si sta guardando e si entra totalmente nel sentiero della scena […]. I personaggi mi hanno interessato più della trama“.

Percettivamente, l’assenza di suoni abbinata al boato generato dalle mine, agisce con forza sulla coscienza dello spettatore. Sembra quasi che il cineasta voglia riproporre la sensazione claustrofobica di chi viveva come uno schiavo sulle spiagge danese, disinnescando mine senza nessuna certezza del domani.

E non a caso, i produttori hanno lavorato con il campo Osksbol (NATO) delle forze armate danesi, dove si svolsero storicamente i fatti.

“Ci siamo concentrati su due percorsi pratici – ha spiegato il produttore Mikael Rieks alla stampa italiana – durante tutto il quadro di sviluppo della produzione. Abbiamo voluto assicurarci che il film potesse essere realizzato in modo credibile, ma allo stesso tempo evitare la maggior parte degli ingombranti problemi di produzione tipici dei film d’epoca. […] Il nostro approccio è stato quello di utilizzare il minor numero di location possibili, evitando così le grandi sfide per quanto riguarda il contesto storico”.

L’uso della lingua tedesca conferisce al film un notevole contributo per la resa vero-simile. Il regista, infatti, ha dichiarato di aver preso alcune lezioni di tedesco ogni settimana durante la pre-produzione e tutto il materiale è stato supervisionato da un vocale coach.

Le riprese, per la maggior parte, sono state realizzate con una telecamera palmare stabile. E ciò, abbinato all’intento della fotografia di dare un giusto mix “fra poesia e tenebre dei personaggi”, ritrae l’idea di partenza dell’autore e cioè “creare un senso di vita”.

In questa sede, vogliamo pertanto unirci alle riflessioni del New York Times in merito alla pellicola: “è un aspetto davvero strano, provare empatia per quei poveri soldati nazisti”. Tra tecnica di regia, fotografia e sceneggiatura attenta e supportata da fonti storiche, Land of mine è di certo un’opera degna di nota, una di quelle che non prende posizione, ma – anzi – stimola alla riflessione e ad osservare con occhio critico la totalità del male della guerra.

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2 Commenti finora. Sentitevi liberi di unirsi a questa conversazione.

  1. gilberto guarneri 15 maggio 2016 at 21:45 - Reply

    Peccato che in Italia non se ne sia sentito praticamente parlare. Quì l’ unica storia che esiste è quella che spacciano i partigiani.

  2. geriatrico 27 ottobre 2016 at 00:42 - Reply

    Mi associo al commento precedente il mio : di questa italica retorica patriottico-partigiana non se ne può più. Riuscissimo pure noi ad avere un’ottica misurata, empatica ma imparziale nel descrivere i fatti bellici nostrani come ha fatto Zandvliet..

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