Legalizzazione delle droghe leggere in Italia: pro e contro, situazione politica

Pubblicato il 23 Set 2017 - 6:13pm di Livia Larussa

Quello della legalizzazione delle droghe leggere è sempre stato un argomento particolarmente controverso e delicato in Italia. Il dibattito tra le due principali fazioni ideologiche – proibizionisti ed antiproibizionisti – è senza fine: entrambe le posizioni vengono difese con vigore e senza cedere terreno, al punto che ogni tentativo di riformare la materia finisce per naufragare nella rassegnata indifferenza degli italiani. Partendo dall’attuale quadro normativo si tenterà di fare chiarezza sulla situazione politica nazionale nonché di tracciare i possibili risvolti futuri che la regolamentazione della materia potrebbe assumere sulla base delle prospettive attuali.

Negli ultimi anni le fila della corrente antiproibizionista, tesa sostanzialmente a rimuovere le restrizioni non necessarie della libertà personale, si stanno ingrossando. E questo sta avvenendo anche in virtù del successo riscosso dai numerosi esempi di apertura offerti dagli Stati Uniti. Basti pensare alle votazioni del 2016 che hanno visto California, Nevada, Maine e Massachusetts liberalizzare la cannabis per scopi ricreativi; e Florida, Arkansas, Montana e North Dakota per finalità mediche.

I modelli legislativi implementati di recente negli stati americani su citati si stanno rivelando vincenti non solo da un punto di vista sociologico – la legalizzazione non ha comportato il drastico aumento del consumo che ci si aspettava – ma anche economico – l’incremento delle entrate statali, tra le entrate dovute alla tassazione e l’espansione del settore turismo, sono state a dir poco notevoli –. Tuttavia, nonostante questi ottimistici risultati, la legislazione di settore nel nostro paese sembra destinata al ristagno.

Droghe leggere in Italia, la situazione politica: tra cristallizzazione e inadeguatezza

Cavalcando l’onda dei successi ottenuti sul fronte antiproibizionista, il 25 luglio 2016 per la prima volta nella storia del nostro paese, il partito Radicale – primo partito nella lotta per la legalizzazione in Italia – era riuscito ad ottenere che si discutesse in Parlamento la proposta di legge del 2015 che puntava a realizzare una vera e propria liberalizzazione della cannabis. Secondo il modello legislativo oggetto di proposta, ai sensi dell’articolo 3 del testo si sarebbe consentito a “qualsiasi persona maggiorenne” di “coltivare liberamente, in forma individuale, senza bisogno di autorizzazione” un massimo di 5 piantine di Marijuana. Sarebbe stato reso legittimo il possesso della cannabis fino a 5 grammi, e di 15 grammi nel proprio privato domicilio.

D’altra parte, con riferimento all’impiego della cannabis per scopi terapeutici, la proposta dei radicali puntava –nel nome del principio di eguaglianza consacrato dall’articolo 3 della nostra Costituzione – a concentrare più possibile il potere di regolamentazione nelle mani dell’autorità competente statale, così da scongiurare eventuali disparità disciplinari a livello regionale. In occasione del deposito di questa legge popolare, è stata promossa anche una petizione, finalizzata alla realizzazione di una politica europea comune non solo in riferimento alla legalizzazione della marijuana, ma anche per “la decriminalizzazione per l’uso e il possesso per consumo personale di tutte le altre droghe”, riportando le parole del segretario di Radicali italiani, Riccardo Magi.

Se le firme di più di 200 parlamentari– tra PD M5S SEL ecc – apposte alla proposta di legge avevano fatto ben sperare molti italiani – sicuramente dei 4 milioni circa che fanno regolarmente uso di marijuana – di fatto, il testo della proposta che veniva depositato nel 2015 e discusso nel 2016, risulta ormai irriconoscibile e del tutto spogliato della sua portata innovativa. La svolta antiproibizionista è stata sabotata ancora una volta e l’unico aspetto della riforma che è riuscito a sopravvivere alle centinaia di emendamenti posti in essere, è quello relativo all’uso terapeutico.

Quello appena riportato, non è l’unico né il primo tentativo di porre in essere una disciplina sulle droghe leggere che sia organica, aperta e al passo con i tempi dall’epoca della svolta che si era avuta con la famosa sentenza della Corte Costituzionale del 2014. La corte in quell’occasione aveva dichiarato l’incostituzionalità della discussissima leggeFini-Giovanardi. Legge che equiparava le droghe pesanti alle droghe leggere ignorando deliberatamente l’assoluta logicità della distinzione e che prevedeva misure sanzionatorie medievali che arrivavano fino a vent’anni di detenzione per il solo possesso di hashish e marjuana.

La più che opportuna dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi, condusse quindi alla riviviscenza della normativa precedentemente in vigore, la legge Jevrolino-Vassalli del 1990. Il cui contenuto era stato considerato tanto liberticida che già nel 1993, tre anni dopo la sua approvazione, mediante referendum popolare ne erano stati smussati gli aspetti più rigidi, riducendo le pene per i consumatori di droghe leggere. Sebbene la legge in questione riconosca la distinzione tra droghe leggere e pesanti e ne preveda quindi un trattamento differenziato, è di palmare evidenza che una disciplina posta in essere 15 anni fa, quando moltissime delle droghe che circolano al giorno d’oggi non esistevano neppure, non può che risultare inadeguata nel contesto attuale.

Pro e contro della legalizzazione delle droghe leggere: dibattito a senso unico

Vale la pena ora soffermarci sulle motivazioni a sostegno dell’opportunità di legalizzare la marijuana e su quelle che sostengono invece il contrario. Sul primo fronte, non può e non deve mancare la banalissima considerazione che qualsiasi limitazione della libertà personale deve trovare una ragionevole giustificazione – e tale giustificazione non può che fondarsi sulla necessità di dare tutela ad altri interessi giuridicamente rilevanti –. Ma quali interessi risulterebbero a rischio nel caso in cui si decidesse di legalizzare la cannabis? La risposta fieramente esibita dal fronte proibizionista è che bloccando la legalizzazione, si vuole tutelare la salute dei cittadini.

Ed in effetti non si vuole negare che anche la marijuana, come tutte le sostanze stupefacenti – tra cui l’alcool e la caffeina – se abusate possono essere molto dannose per il nostro organismo. Tuttavia secondo i principi fondamentali di ragionevolezza e di proporzionalità propri del nostro ordinamento, non si vede perché uno stupefacente come la marijuana che per per gli effetti che ha sulla salute dell’uomo è senza dubbio assimilabile all’alcol, debba essere invece disciplinata secondo principi che regolano sostanze molto più pericolose ed aggressive quali le droghe pesanti.

Ma c’è di più: giova anche ricordare il grande paradosso per il quale esistono casi di mortalità dovuti all’assunzione di dosi eccessive di alcool – si pensi al coma etilico o a patologie mortali come la cirrosi epatica – ma non si può dire lo stesso della cannabis, che nella storia non ha mai mietuto una sola vittima per via della sola assunzione. Anche le argomentazioni che fanno leva sul fatto che la marijuana causa dipendenza si scontrano inevitabilmente l’irragionevole disparità di trattamento con riferimento ad altre sostanze altrettanto dannose, ed altrettanto suscettibili di creare dipendenza quali le sigarette.

Secondo gli antiproibizionisti, legalizzare la marijuana oltre ad essere ragionevole nel senso appena descritto, è anche conveniente. Si è già accennato allo straordinario incremento delle entrate che si è avuto negli stati americani che hanno optato per questa soluzione, ma i profili di vantaggio non si limitano a questo: la legalizzazione recherebbe un grave danno alle organizzazioni criminali che si arricchiscono sul mercato della droga. E se si considera che la legge Fini-Giovanardi prevedeva sanzioni più dure per coloro che coltivano marijuana a casa propria, rispetto a coloro che la acquistano da uno spacciatore ad uso personale, si comprende come questo aspetto non sia stato mai stato tenuto degnamente in considerazione dal legislatore fino ad oggi.

Dunque su cosa si fonda questo cosiddetto dibattito sui pro e i contro? Sulla necessità di affondare un tabù che da troppo tempo demonizza la cannabis e distorce la verità sull’impatto sociale che avrebbe la legalizzazione. E forse, anche su interessi altri rispetto a quelli che vengono meccanicamente esposti dai proibizionisti. I passi avanti che nel 2014 si erano compiuti, purtroppo non hanno avuto il seguito che ci si sarebbe attesi. Tuttavia le coscienze si stanno smuovendo, fino qualche anno fa, l’idea che in parlamento si discutesse di una proposta di legge per la legalizzazione sarebbe stata considerata sacrilega. Mettiamo dunque al bando la rassegnazione e l’indifferenza: non è ancora finita.

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  1. Michelangelo 28 ottobre 2017 at 21:49 - Reply

    bell’articolo!

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