Qual è il volto della Libia post-Gheddafi?

Pubblicato il 12 Set 2013 - 6:00pm di Redazione

Scontri, attentati e crisi energetiche: cosa è la Libia oggi?

Libia

Che sia il giorno che ha “condizionato la storia”, come lo ha definito oggi il ministro degli Esteri Emma Bonino, o quello del “coraggio” che Obama ha chiesto agli statunitensi durante la commemorazione delle vittime dell’attentato alle Torri gemelle, l’11 settembre è sicuramente una data dalla straordinaria portata simbolica. E non solo per l’Occidente.

Un anno fa a Bengasi, durante un assalto alla sede consolare, veniva ucciso l’ambasciatore statunitense in Libia, Christopher Steven, e altri tre diplomatici americani. Oggi, nella stessa città, un’autobomba è esplosa davanti a una sede del ministero degli Esteri libico a Bengasi. Un attentato che ne commemora un altro, già di per se celebrativo? Forse.

LibiaUno sguardo più approfondito sulla questione dovrebbe però essere d’obbligo. In Libia da più di due anni, quando la “coalizione dei volenterosi” decise che era il momento di appoggiare gli oppositori al regime di Gheddafi e di esportare la democrazia, è in atto una guerra civile tra diverse fazioni e clan che si contendono il controllo del paese e delle sue inestimabili risorse.

Lo scontro principale è tra Tripoli, sotto il controllo del salafita Hashim Bishr, e Bengasi, roccaforte dei miliziani di Libya Shield – lo scudo della Libia. Le due fazioni si accusano a vicenda di voler incassare i proventi del petrolio e attentati e omicidi quotidianamente fanno degenerare il settore già in crisi per gli scioperi di chi lavora sulle piattaforme. I miliziani impiegati nel petrolifero, da due mesi, chiedono aumenti di stipendio per loro e royalitis per le brigate di appartenenza.

Un clima di terrore e una guerra civile forse più “democratica” rispetto a quando a governare era il Rais, ma non meno cruenta. Ed è tra le piaghe di questo disastro che proliferano quei fattori che dall’11 settembre 2001 sono diventati uno spauracchio per tutti noi: terrorismo, attentati, fondamentalismo. Il vuoto di potere che i “volenterosi” hanno creato e che poi non sono riusciti a colmare, temporeggiando per spartirsi la torta, si è trasformato in uno scontro continuo, in una crisi economica ed energetica.

Si pensa già come correre ai ripari: ieri gli Stati Uniti, secondo quanto riferito dalla CNN, hanno trasferito 250 marines dalla base militare spagnola di Moron a quella siciliana di Sigonella, per essere più vicini a Bengasi ipotizzando, probabilmente, un inasprirsi degli scontri. Inasprimento di cui, effettivamente, l’attentato di oggi è espressione. La normalizzazione è lontana, così come lo è per l’Egitto. Una “primavera” annunciata che però non arriva.

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