Miss Italia e la mercificazione della donna

Pubblicato il 4 Ago 2013 - 4:00pm di Redazione

Miss Italia, i nudi pubblicitari e la donna oggetto

Miss Italia 2012 - Serata finale

La difesa della donna dalla sua mercificazione mediatica, riviste e televisione in prima linea, è sempre attuale, in particolare dopo la polemica su Miss Italia. Soprattutto la parte che la donna ha nelle comunicazioni pubblicitarie sul piccolo schermo dove, con messaggi sessuali più o meno palesi, si continua a rinverdire il “vecchio” concetto della donna oggetto. Contrastare questa consuetudine ormai radicata nei decenni è tutt’altro che semplice, non si è mai riusciti a produrre risultati apprezzabili, anzi, con il passare del tempo le cose si sono deteriorate ulteriormente. Difficile sradicare un modo di pensare apparentemente “moderno”, che contempla il nudo femminile alla stregua di un dato culturale e non, invece, un comportamento regressivo, che stimola solo gli istinti ancestrali che gli esseri umani portano dentro sé.

Il tema annoso è tornato attuale grazie al Presidente della Camera Laura Boldrini, la quale, partecipando a un convegno svoltosi presso la Camera del Lavoro di Milano su “L’immagine e il potere”, ha espresso il suo apprezzamento per una eventuale legge che regolamenti la situazione e ha attaccato un simbolo riconosciuto, come quello dell’equivalenza donna = il suo corpo, ossia Miss Italia. La Boldrini ha dichiarato di essere soddisfatta della decisione della Rai di non mandare in onda Miss Italia, poiché le ragazze italiane devono avere la possibilità di andare in televisione e sfilare anche senza un numero, perché hanno altri talenti. Ricorda, inoltre, che “in tv solo il 2% delle donne esprime pareri, parla, mentre il resto è muto, a volte svestito”.

In realtà, la tv pubblica ha rinunciato a Miss Italia – che ha seguito per 25 anni – perché non offriva più guadagni e audience che in passato, invece, hanno portato grande successo. Non per una questione morale. Se poi, da questa decisione ci sarà un cambiamento ideologico tanto di guadagnato. Resta fermo che le belle ragazze mezze svestite e mute – come ricorda la Boldrini – sulle reti pubbliche continuano ad essere all’ordine del giorno. Anche sulle reti private, ovviamente.

Miss Italia è un gioco semplice, un concorso che elegge la ragazza italiana più bella; nato come raccolta di fotografie sui giornali anteguerra, nei suoi 73 anni di vita è una delle manifestazioni più popolari, nonostante il proliferare di nuove iniziative, cambiamenti, mode. La manifestazione appartiene ormai alla cultura del nostro Paese, “un fatto sociale” come diceva Orio Vergani o, secondo Sophia Lorenlo specchio d’Italia perché tutto si svolge alla luce del sole”. Miss Italia racconta con semplicità la storia di ragazze comuni che per alcuni giorni diventano star, che vivono una favola che regala emozioni piacevoli oltre a essere, solo per poche, un trampolino di lancio nel mondo dello spettacolo, lo è anche, più in generale, per il mondo del lavoro. È sufficiente ricordare chi ha partecipato a Miss Italia ed ha avuto successo sulle scene, da Sophia Loren in poi: Lucia Bosè, Gina Lollobrigida, Eleonora Rossi Drago, Silvana Mangano, Stefania Sandrelli, Federica Moro, Maria Grazia Cucinotta, Anna Valle, Ombretta Colli, Simona Ventura. E l’elenco non finisce qui. E se le ragazze portano un numero – che Laura Boldrini ha voluto far passare come un segno impersonale – è per una questione di praticità nei vari momenti in cui la giuria deve assegnare le preferenze, quindi un numero che serve a individuare univocamente le ragazze, cosa che il nome non riuscirebbe nell’intento.

La bellezza è un dato certo, un bene prezioso per chi la possiede, che viene ricercato in tutti i settori che lavorano con le immagini. C’è chi guadagna grazie alla propria figura fisica, in modo limpido, e non si deve vergognare di questo. La Boldrini afferma che “non è abituale, in Europa usare donne seminude per vendere verdure, yogurt, appartamenti, macchine”. Certo, però, al giorno d’oggi, le agenzie pubblicitarie non vogliono idee intelligenti e non sessiste, perché al test del pubblico qualsiasi altra forma sarà perdente rispetto a un bel paio di gambe e curve al posto giusto.

Se invece sul banco degli accusati, mettiamo tutte quelle trasmissioni televisive dove davvero la donna “svestita” è la regola, e la pubblicità in genere, allora una riflessione va fatta. La partecipazione a trasmissioni tv per le ragazze è un po’ un trampolino di lancio per entrare definitivamente nel mondo dello spettacolo, un mondo a sé, dove per alcune si aprono le porte che conducono nella sala del trono. Leggendo riviste di gossip e guardando certe trasmissioni televisive – sempre di gossip -, le facce che vi circolano sono sempre le stesse, accompagnate dalle new entry che arrivano periodicamente. Le donne di questo piccolo mondo sono sempre alla ribalta, vuoi per i nuovi “amori” o perché in spiaggia dove, chissà per quale arcano mistero, cade un reggiseno o il costume si abbassa. È la regola quella di far parlare sempre di sé, nella buona e nella (apparente) cattiva sorte. Aumentano le possibilità di essere scelte per trasmissioni più impegnative e anche come attrici, così come è successo per altre ragazze che hanno iniziato in ruoli più “modesti”.

Altre chance capitano anche nella vita sentimentale di queste ragazze; frequentando le varie feste e manifestazioni riservate alla gente del mondo dello spettacolo, si fanno nuove conoscenze e a volte nasce anche l’amore. Tuttavia, sempre nell’ambito di quel “gioco delle coppie”, dal quale non molto spesso qualcuno riesce a prescindere. Le storie che nascono in quegli ambienti, salvo le dovute eccezioni, sono sempre più o meno effimere, non godono di lunghe durate e, quando tutto finisce, almeno in apparenza, gli interessati sembrano non soffrirne troppo, consolandosi molto presto. E se si vuole dire una “cattiveria”, occorre porsi la domanda se è mai capitato di assistere a un’unione o a una semplice storia con protagonista l’uomo comune, l’impiegato, l’operaio. Qui è l’uomo discriminato come oggetto, non la donna. È così, poi, che ad ogni uscita delle riviste di gossip, il lettore ha le novità che si aspetta, perché quello non è un mondo statico, ma in continua evoluzione, dove i cambiamenti sono quasi “settimanali”. Compresi gli innumerevoli atteggiamenti fotografati o filmati che lasciano un pizzico di pepe sulle labbra e un alone di mistero – determinato dall’inquadratura e angolazione sapiente delle immagini.

Donne semivestite le si vedono frequentemente negli spot pubblicitari. Per fare un’osservazione molto pertinente, mi pongo un interrogativo: “Esiste una pubblicità dove si nota l’assenza di una figura femminile?”. Mi do anche una risposta: “Non credo”. Spot dove, più o meno palesemente, per la rèclame di un qualsiasi prodotto, le donne sono spogliate il più possibile, anche se l’abbigliamento – che non c’è – non ha nessuna attinenza con il prodotto reclamizzato. Probabilmente, se si dovesse pubblicizzare un condizionatore al Polo Nord, si vedrebbe una donna nuda nell’Igloo con la faccia sorridente appoggiata all’apparecchiatura. Le pubblicità utilizzano le donne come richiamo sessuale, dove si vedono e sentono allusioni più o meno mascherate, con il compito di stimolare la parte inconscia delle persone, in modo particolare degli uomini. Per essere efficace utilizza, tutte le volte che è possibile, un richiamo, un appello a sentimenti o istinti forti, evitando quella che è la riflessione razionale. Ma ci sono messaggi anche per le donne, fatti da donne o da uomini. Quale donna non vorrebbe avere quei due meravigliosi seni, frutto della crema che si deve spalmare prima di dormire? E i glutei perfetti modellati da quell’attrezzo ginnico? Senza parlare di quei lunghi capelli, folti, ben lisciati, morbidi, che lasciano intravvedere un fondoschiena che si immagina perfetto, lavati con quello shampoo e balsamo. E poi, chi non desidera quel maschio, moraccione, labbra carnose, pelle ambrata, palestrato, i cui muscoli sembra facciano scoppiare la pelle?

La difesa della donna, dallo sfruttamento operato dai media e dalla pubblicità, è una battaglia che opera già da anni ma, purtroppo, è dura combattere contro le “consuetudini” radicatesi nel tempo. Ci troviamo dinanzi a un circolo vizioso, dove il problema è rappresentato dal target che richiede sempre la stessa cosa. L’unica via d’uscita è proporre massicciamente altro “materiale”, in modo da guarirlo dalla sua ossessione che verrebbe meno. Ma innumerevoli donne fanno parte del mondo dello spettacolo, della televisione, del cinema, della politica, delle istituzioni, che hanno fatto carriera, che hanno dimostrato di non essere donne oggetto, ma persone che con lo studio, l’applicazione, la loro bravura sono giunte anche ai vertici, in quelle posizioni che un tempo – e in parte ancora adesso, purtroppo – erano prerogativa degli uomini.

Paradossalmente si potrebbe anche ipotizzare che le donne oggetto in realtà non esistono. Nella società patriarcale le donne erano davvero un oggetto nelle mani del capofamiglia e poi degli uomini in generale. Le si “usavano” per i lavori più pesanti, per fare e allevare i figli, per le faccende domestiche e per alleviare gli istinti maschili. Non avevano voce in capitolo, non potevano prendere decisioni, venivano cedute come mogli dietro compenso o per accordi che univano il potere e il denaro di due famiglie. Fino a un certo periodo non avevano nemmeno il diritto di voto. Oggi non è così. Oggi le donne possono scegliere, decidere della loro vita, adottare i più svariati comportamenti, che possono andare dal sacro al profano. Non possono essere obbligate a fare ciò che non vogliono, mentre invece lo fanno per raggiungere i loro scopi. Con consapevolezza. Conoscono i risvolti che si celano dietro certi interessi, e se decidono che ne vale la pena non si può accusare nessuno di “usarle”. Questa è la società del terzo millennio,  dove ancora gli uomini detengono il potere, soprattutto quello di “bloccare” le donne a certi livelli, senza farsi scavalcare, a parte qualche rara eccezione.

Non possiamo negare che l’arma migliore a disposizione della donna sia il sesso. Come qualcuno ha affermato, il sesso fa girare il mondo. E certe donne conoscono questa debolezza di certi uomini, e ne approfittano. Allora si potrebbero fare due ipotesi: la prima è che l’uomo fa fare la parte di oggetto alla donna – che accetta di farlo -, in quanto sfrutta la vanità femminile per cogliere il fiore per poi metterlo nel vaso di cristallo. La seconda è che la donna, conoscendo il vizietto dell’uomo, lo asseconda per poi bastonarlo con la sua forzata presenza. Dunque, l’interrogativo è: “Chi è l’oggetto della situazione?”.

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2 Commenti finora. Sentitevi liberi di unirsi a questa conversazione.

  1. laura carpignano 4 agosto 2013 at 17:08 - Reply

    Ti ringrazo della citazione del mio articolo, ma sei proprio sicuro che le donne hanno oggi libertà di scelta? O sono così libere di crearsi un pensiero autonomo e critico?
    La società patriarcale, per non parlare delle religioni monoteiste,
    nessuna esclusa, ha codificato un modello del ruolo della donna resistente ai tempi” moderni”.
    Trasformare le credenze e le convinzioni che determinano i rapporti sociali e personali del genere umano è un cammino appena iniziato. E non riguarda solo la donna, ma tutte le diversità.
    Considerare l’essere umano come essere vivente dotato di mente logica che esiste su
    un pianeta chiamato Terra e che ha gli stessi diritti doveri, indipendentemente dal sesso, dalla razza, dalla estrazione sociale, nel rispetto reciproco e di ogni altro essere manifesto.
    Questo è , per me, l’obbiettivo che l’umanità deve raggiungere.
    Alla prossima!

    Love
    L

    • Alberto Bonfigli 4 agosto 2013 at 18:12 - Reply

      Ciao,
      è stato un vero piacere leggere la tua replica, che, nelle sue linee essenziali,
      condivido pienamente. Anch’io sono fermamente convinto che il vero obiettivo
      cui si deve mirare è l’uguaglianza fra le persone, e con eguaglianza si
      intendono tutte le cose che hai scritto tu. E altro ancora, ovviamente, però usiamo
      il termine “uguaglianza” per stabilire che tutti dobbiamo essere sullo stesso
      piano. “Uguaglianza” deve comprendere tutto. Ho scritto che la difesa della
      donna dallo sfruttamento mediatico è in atto da anni, cercando di combattere le
      “consuetudini” radicatesi nel tempo, quindi in linea, mi pare, con il tuo
      pensiero. Certo, dato l’argomento del pezzo ho citato lo sfruttamento in quel
      senso, ma implicito è lo sfruttamento in genere che si reitera quotidianamente
      nella nostra società. E implicita l’eliminazione delle discriminazione di tutte
      la altre diversità. Per quanto riguarda la libertà di scelta delle donne di
      oggi, si pone un interrogativo che può avere più risposte. Sempre in
      riferimento al tema dell’articolo, sono convinto che le donne abbiano la
      possibilità di decidere, di fare delle scelte. Se così non fosse avremmo
      milioni di veline disoccupate. Nel senso che, come ci sono alcune centinaia o
      migliaia di ragazze che partecipano alle selezioni delle veline – mestiere preso
      a caso fra tutti quelli di quell’ambiente, ma che vale per tutti -, così ci
      sono milioni di ragazze che nemmeno ci pensano. Quindi sì, le donne – diciamo almeno
      in questi casi – sono libere di scegliere. Essere oggetto di desiderio è una
      moneta che in alcuni casi paga. Non paga certamente nello spirito, ma nella
      cupidigia del denaro e del potere – degli altri – sì. Un po’ come in alcune
      società tribali, dove uccidere il nemico e mangiare il suo cuore significava
      impossessarsi delle sue doti di guerriero. Naturalmente il concetto dello
      sfruttamento femminile è molto ampio, passibile di ulteriori valutazioni a più
      mani, però, da come vanno le cose nel mondo dello spettacolo e della
      pubblicità, volendo, la donna può negarsi. Solo un appunto: è chiaro che “l’offerta”
      è quella che è, ma, proprio al limite, se le donne si rifiutassero tutte di
      soggiacere ai “ricatti” – sempre per avere un lavoro –, allora cambierebbe
      anche la richiesta di certe prestazioni e, soprattutto, cambierebbe la qualità
      del lavoro. Ancor meglio, cambierebbe il modo di pensare.

      Spero
      di leggerti ancora!!! 🙂

      Alberto

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