Violenza sui bambini nella scuola San Romano

Pubblicato il 20 Mag 2013 - 1:53am di Redazione

Nuova violenza sui bambini nella capitale

Rignano Flaminio, Roma, 2006; Pistoia, 2009; Potenza, 2010; Roma, 2013. L’ondata di violenza sui bambini nella scuola non accenna ad arrestarsi. Anzi. Come un “serial killer” continua a colpire periodicamente.

Arresti domiciliari per un’insegnante e per la coordinatrice scolastica della Scuola per l’infanzia San Romano, nel quartiere Portonaccio di Roma.

La maestra avrebbe maltrattato i bambini, di meno quattro anni, e la direttrice, benché fosse a conoscenza di ciò che stava accadendo, non sarebbe mai intervenuta per fermarla. I metodi “educativi” della maestra erano stati più volte criticati dai colleghi, ma la coordinatrice scolastica, oltre a non essere intervenuta, ha fatto ricorso anche a forme di intimidazioni e ritorsioni nei confronti di chi accusava la maestra. Oltretutto, in conseguenza delle rimostranze dei colleghi, la maestra affermava che “i miei metodi funzionano”.

Gli abusi e le vessazioni sono state le più disparate, come ad esempio, alcuni bambini portatori di disagi e difficoltà apostrofati con epiteti come “scemo”, “zozzo”, “bastardo”. O, ancora, un episodio al limite dell’incredibile: un bambino, dopo essersi urinato addosso,  è stato costretto a pulire con un fazzoletto di carta, dopo la minaccia, di fronte agli altri bambini, di far pulire con la sua faccia.

Fortunatamente, ci sono state segnalazioni uscite dall’ambiente scolastico, che hanno convinto il sostituto procuratore a installare delle telecamere nella scuola. Quando l’insegnante è stata arrestata rideva sarcastica.

violenza

La scuola dell’infanzia, com’è chiamata oggi la ex scuola materna, prima scuola che il bimbo incontra, ha tutta una serie di compiti e oneri da adempiere, considerando, oltretutto, la sua missione nell’iniziare la formazione dei piccoli cuccioli d’uomo. Ha, innanzitutto, una funzione educativa e assistenziale, considerata la più che giovane età dei suoi ospiti. È un ambiente educativo, fatto di esperienze concrete, dove il gioco viene utilizzato come momento di assimilazione. Il contatto in prima persona con le cose, gli ambienti per soddisfare la naturale curiosità dei bambini, in un ambiente di apprendimento preparato dalle maestre, per far sì che tutti i bambini si sentano sostenuti e valorizzati. Da un punto di vista psicologico, la scuola dell’infanzia deve rafforzare l’identità e l’autonomia per favorire la completa integrazione della persona. Per raggiungere questo obiettivo, le insegnanti devono aiutare i bambini a fare, vivere in comunità, conoscere.

L’insegnate ha diverse opzioni nel suo comportamento, certamente soggettivo, quale, ad esempio, e sicuramente il migliore, l’atteggiamento “democratico”. Ossia, porsi con comprensione e incoraggiamento, e con autorevolezza quando si tratta di criticare condotte improprie. Tali caratteristiche si presentano come guida che indica la strada giusta da seguire, ma che, allo stesso tempo, rende liberi gli scolaretti di fare esperienze senza il timore di commettere errori.

Mentre gli altri due indirizzi di comportamento dell’insegnante, il modello autoritario, caratterizzato nel lasciare scarsa autonomia decisionale ai bambini, e il modello del “lasciar fare”, che indica mancanza di autorevolezza da parte dell’insegnante, inducono i piccoli a non considerare l’insegnante come punto di riferimento. Come noto, i punti di riferimento dei bambini sono soprattutto due: la famiglia e la scuola, rappresentata dai docenti.

Il bambino, come in questo caso, che ha subito comportamenti violenti, vessatori e mortificanti della sua dignità, può essere soggetto a un calo dell’autostima, con conseguente demolizione della fiducia in se stesso e nelle sue capacità. La persona adulta, che mal utilizza la sua posizione di potere, è causa di umiliazione e annichilimento del bambino. Che si sente ingannato. Infatti, viene mortificato proprio da quella persona che gli è stata indicata come quella a cui può affidarsi e, quindi, di conseguenza, perde fiducia nei punti di riferimento, inizia ad avere paura di chi sta ai vertici, a sviluppare un senso di insicurezza e, solo in alcuni casi, per fortuna, difficoltà di linguaggio. Per l’uomo adulto che sarà, anche se non con alte probabilità, il bambino umiliato può continuare a sentirsi umiliato o, nella peggiore delle ipotesi, potrà praticare su di sé o sugli altri la violenza che ha subìto.

Una violenza che ha nel possesso e il controllo il suo fine ultimo e che, in una delle sue varie forme, è una modalità per sottolineare lo stato d’inferiorità di chi la subisce. Il violento ama solo se stesso e il potere che esercita sull’altro, e sull’altro scarica i propri conflitti ritenendolo l’oggetto attraverso il quale sostenere la sua illusione di onnipotenza.

Probabilmente, anzi, sicuramente, queste maestre non si chiedono chi e cos’è un bambino di pochi anni, perché se lo facessero non potrebbero fare a mano di desistere dal compiere atti violenti nei suoi confronti. Specialmente per la sua qualità di donna, ossia colei che “contiene” nella gestazione il neonato che verrà alla luce. Come si fa a non amare e non a rispettare un bambino? Quell’esserino che pare un giocattolo, tanto fragile che corre il rischio di “rompersi” solo al tatto, che ispira solo tenerezza, con i suoi risolini radiosi e innocenti, magari senza un dentino davanti, un taglio di capelli alla moda, a volte le labbra curve quando è imbronciato, quello che ti fa domande curiose ma intelligenti, affamato di conoscenza, quello cui succede di urinarsi nei pantaloni, rimanendo fra la sorpresa e l’imbarazzo, ma che alla fine si fa una risata se l’adulto la butta sullo scherzo, che s’imbratta di colori dalla testa ai piedi, che ti chiama semplicemente “maestra”, che al mattino arriva a scuola con il cestino della merenda, quello che trovi addormentato con le testa sul banco,  quello che quando lo porti in cortile diventa temerario con i giochi più complicati, quello che quando il genitore lo viene a prendere all’uscita della scuola la prima cosa che cerca è la sua mano.

Come si fa ad usare violenza, ad abusare e vessare quelle piccole anime innocenti, senza colpa né peccato, il cui unico modo di difendersi è il pianto?

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1 Commento finora. Sentitevi liberi di unirsi a questa conversazione.

  1. Alessandro Savioli 23 maggio 2013 at 12:18 - Reply

    Manca la professionalità e il numero adeguato di insegnanti!!!
    La violenza che manifestano è una loro stessa insicurezza!!!
    lo schifo è che nessun’altra maestra denuncia immediatamente abusi e atti violenti del genere!

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