Il finanziamento illecito inizia in Parlamento

Pubblicato il 29 Ott 2013 - 6:00pm di Redazione

Mentre il Parlamento lavora per approvare la legge che eliminerebbe il finanziamento pubblico, Camera e Senato continuano indisturbati a riempire le casse dei partiti

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Sul finanziamento ai partiti il monito di Enrico Letta al Parlamento è stato chiaro: “Non si facciano passi indietro”. Per il Presidente del Consiglio, infatti,  su questa vicenda, il sistema dei partiti si gioca la sua credibilità. In effetti i lavori parlamentari procedono abbastanza spediti e il testo ha già ricevuto il primo “si dalla Camera dei deputati.

A parte le considerazioni di merito sul testo di legge, che sposta la lancetta della sua entrata in vigore al 2017, tutto sommato potremmo dirci soddisfatti. Oltre a risparmiare un bel po’ di soldi, finalmente si chiuderà una brutta pagina della storia dei partiti politici italiani, terminata nel famigerato “caso Lusi”. Tuttavia, da qui a dire che i politici abbiano imparato la lezione ce ne vuole. Un gruppo di collaboratori parlamentari, infatti, ha in questi giorni diramato un messaggio che, con il passa parola, sta facendo il giro del web. Il Gruppo Collaboratori Attivisti, oltre a denunciare  le condizioni in cui questo parlamento è stato ridotto a causa di troppa gente che “sta lì per caso”, hanno indetto una petizione popolare per eliminare quella che viene definita la “zona franca” del finanziamento ai partiti, di cui tutti si guardano bene dal farne cenno.

Il trucco, ben escogitato, parte da un modulo di rendicontazione che tutti i deputati e senatori ogni tre/quattro mesi devono compilare per giustificare l’utilizzo del rimborso spese pari a 3.850 euro al mese per ogni parlamentare. Un rimborso che si somma all’indennità parlamentare di 5000 euro mensili netti e alla diaria di circa 3200 euro sempre mensili. Considerando che i deputati e senatori non pagano gli uffici, le dotazioni informatiche, la tipografia, la cancelleria, i viaggi, più un plafond per comprarsi telefoni i-pad e rimborso delle utenze private, la prima domanda che viene alla mente è a cosa serva questo rimborso spese. In effetti, all’inizio era stato pensato per permettere ai parlamentari di assumere uno o più collaboratori per il sostegno alla loro attività parlamentare. Poi la normativa interna delle due Camere parlamentari si è andata col tempo modificando, fino a permettere a tutti i senatori e deputati di versare ogni mese quella cifra come “donazione libera al partito”, nazionale o locale. Una cifra che moltiplicata per 315 senatori e 630 deputati si aggira intorno ai 43 milioni di euro ogni anno. A meno che questi soldi non provengano dalle tasche dei presidenti di Camera e Senato, qualcuno dovrebbe spiegarci perché i cittadini italiani debbano pagare 43 milioni di euro all’anno per rimpinguare le casse dei partiti.

Gli audaci attivisti hanno fatto di più. Preso in mano carta e penna hanno prima scritto ai due presidenti delle Camere chiedendo di porre fine a questo “finanziamento illecito ai partiti”, di cui tutti i partiti che siedono in Parlamento si guardano bene dal fare cenno. Il risultato è stato che Grasso non si è nemmeno degnato di rispondere, mentre il Presidente Boldrini ha fatto convocare i “dissidenti” solo per dirgli che la ragione morale era dalla loro parte, ma che lei non aveva il potere in sede di Ufficio di Presidenza di far passare questa modifica senza essere linciata dagli esponenti degli altri partiti. Ma gli attivisti non si sono dati per vinti e si sono rivolti direttamente al Presidente del Consiglio Enrico Letta con una dettagliata lettera con cui svelavano l’arcano. Anche a questo tentativo è seguita una telefonata direttamente da Palazzo Chigi, a seguito della quale veniva precisato che il Presidente Letta non poteva intervenire perché avrebbe prevaricato le prerogative del Parlamento e non spettava a lui porre rimedio alla situazione. A nulla è valso far notare che anche il Presidente Letta fa parte di quel Parlamento e che se è a conoscenza di un fatto illecito aveva il dovere di intervenire.

Nella circolare del Collegio dei Questori della Camera del 4 aprile del 2012 è scritto chiaramente che sono vietate le elargizioni liberali, che invece i Presidente delle Camere fanno finta di non vedere quando i nostri poco onorevoli parlamentari presentano le loro rendicontazioni. In un stato di diritto si potrebbe chiedere di visionare dei moduli di rendicontazione, visto che stiamo parlando della gestione di soldi pubblici ma da noi vige la cosiddetta autodichia del Parlamento, che i politici si tengono ben stretta, secondo la quale quello che succede in Parlamento interessa solo al Parlamento che non deve rendere conto a nessuno.

Nel frattempo, nonostante la  coraggiosa protesta di un gruppo di collaboratori si sta facendo strada, le agenzie stampa, come i giornali più quotati e le tv fanno orecchie da mercante per non far trapelare la notizia. I collaboratori attivisti come degli “avengers” si sono rivolti, infatti, anche a a programmi rinomati per portare a galla notizie scomode, come Striscia la notizia e Le Iene ma sembra proprio che questa vicenda non interessi a nessuno, tranne agli italiani onesti che ancora una volta si sentono presi in giro dall’ennesimo raggiro di una politica  che rappresenta la parte peggiore del nostro Paese. Forse 43 milioni di euro non saranno una grande cifra nel  bilancio di uno stato, ma la malafede che c’è dietro a questa truffa non fa presagire niente di buono per il futuro, ed è chiaro che i ripetuti scandali non sono valsi a far cambiare rotta ai nostri politici. Anche i parlamentari del Movimento 5 Stelle questa volta sembrano aver deciso di chiudere un occhio e i loro rimborsi spese non girano nella loro “grande rete”. Così come anche i parlamentari “renziani”, nonostante il loro leader si professi in maniera agguerrita contro ogni forma di finanziamento ai partiti, sembrano apprezzare questo aiutino che viene dal Parlamento.

Come scriveva Guido Morselli, negli uomini l’unica sola coerenza che esiste è quella delle loro contraddizioni.

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