All’italia conviene uscire dall’Euro?

Pubblicato il 4 Apr 2014 - 5:55pm di Redazione

Costi e benefici dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona

euro

Mancano due mesi esatti alle elezioni per il Parlamento Europeo e già i media mainstream sono occupati da personaggi, spesso incompetenti, le cui parole sono finalizzate all’elogio del dogma Euro/Unione Europea, e al totale discredito di coloro che, con argomentazioni dettagliate, tentano di far capire che esisterebbero degli indubbi vantaggi se l’Italia decidesse di uscire dall’Eurozona. Indubbiamente, utilizzando la classica analisi economica costi/benefici, scopriamo sia vantaggi che svantaggi nell’ipotesi di ritorno alla sovranità monetaria nazionale. Dopo aver analizzato dettagliatamente i parametri economici fondamentali di una nazione nell’ipotesi proposta, la comparazione fra vantaggi e svantaggi ci permetterà di rispondere alla domanda: “All’Italia conviene abbandonare l’Euro?”.

PRODUZIONE INDUSTRIALE

Nel 2000 l’Italia era il primo paese dell’Unione Europea per produzione industriale, mentre la Germania era agli ultimi posti. Con l’entrata in vigore dell’Euro, il nostro paese ha subìto una forte flessione della propria produzione industriale: mentre dal 2005 a oggi la produzione industriale tedesca è aumentata del 10%, quella italiana è diminuita all’incirca del 18%. Ciò è successo in virtù del fatto che, come conseguenza dell’introduzione della moneta unica, la produzione industriale si è spostata dai paesi meno efficienti e a più alto tasso di inflazione (i Paesi dell’Europa Meridionale e l’Irlanda) ai paesi più efficienti e con scarse percentuali di inflazione (la Germania su tutti).  Il trend appena descritto continuerebbe nei prossimi anni, con la Germania in continua sottrazione di quote di produzione ai partners europei più deboli. Con il mantenimento della moneta unica, avremmo un cambiamento solo se l’inflazione tedesca superasse in percentuale le quote dei cosiddetti PIIGS: ipotesi di pura fantascienza, in quanto il governo tedesco ha confermato, per i prossimi cinque anni, le proprie politiche economiche anti-inflazione, mentre nei paesi come l’Italia i provvedimenti volti a tassare maggiormente i beni di consumo non porteranno a un calo dell’inflazione interna.

Se invece l’Italia decidesse di tornare alla moneta nazionale, potrebbe godere di una forte impennata nella produzione industriale, analogamente a quanto accadeva nei periodi di svalutazione della Lira negli anni ’90. È vero che l’Italia non ha più il potenziale produttivo di 20 anni fa, ma è anche vero che l’incidenza dell’Import-Export in confronto alla produzione è notevolmente aumentato rispetto a quel periodo: le esportazioni italiane trarrebbero beneficio dalle svalutazioni e gli effetti positivi per l’economia nazionale sarebbero enormi.

BILANCIA COMMERCIALE e BILANCIA DEI PAGAMENTI

Anche in questo settore l’introduzione dell’Euro ha beneficiato fortemente la Germania, che dal 2005 in poi ha goduto di forti attivi commerciali, mentre ha creato immediati svantaggi ai paesi periferici, che spesso hanno sofferto di pesanti disavanzi commerciali. In caso di mantenimento dell’Euro, vi sarebbe un’inversione di tendenza soltanto se la nostra moneta unica iniziasse a svalutarsi costantemente rispetto al dollaro (per fare un esempio, l’Italia ha beneficiato di un ripianamento dei passivi commerciali, appunto, solo nei periodi di svalutazione dell’Euro rispetto al dollaro): ma questa prospettiva è poco realistica, dato che la politica della Banca Centrale Europea è basata sul mantenimento di una moneta forte. Ancor più fantasiosa è l’inversione di tendenza dovuta a politiche economiche espansive in Italia, soprattutto se si pensa al fatto che, nei prossimi anni, il nostro paese dovrà portare il fardello del Fiscal Compact.

In caso di ritorno alla sovranità monetaria nazionale, anche in questo frangente l’Italia potrebbe beneficiare fortemente delle svalutazioni, possibili grazie al ritorno alla Lira, legando fortemente gli attivi della bilancia commerciale alla crescita della produzione industriale.

OCCUPAZIONE e PIL

In questi due ambiti la Germania non ha tratto benefici immediati dall’introduzione dell’Euro, tanto che fino al 2005 era considerata “il grande malato d’Europa”. Ma dal 2005 in poi la nazione tedesca ha iniziato ad avere trend nettamente favorevoli sia in ambito occupazionale sia in ambito di Prodotto Interno Lordo. Questo perché i governi tedeschi hanno avuto pazienza e sono stati in grado di anticipare alcune riforme volte essenzialmente a contenere sia il costo del lavoro che l’inflazione. Inoltre, grazie all’acquisizione di tali vantaggi, la Germania ha oggi tutta la forza di imporre misure di austerity ai paesi periferici dell’Eurozona, con il risultato che, in tali paesi, si è evidenziato un costante crollo del PIL e dell’occupazione, mentre la Germania ha beneficiato ulteriormente della situazione con bassi tassi di interesse che hanno provocato un ingente afflusso di capitali dai PIIGS al territorio tedesco.

La situazione, per quanto riguarda l’Italia, verrebbe completamente ribaltata dalla riacquisizione della sovranità monetaria. Tuttavia, vi è una discriminante: se l’uscita dall’Euro del nostro Paese fosse accompagnata dal simultaneo disimpegno di pochi altri paesi periferici, la svalutazione delle nuove monete nazionali rispetto all’Euro, accompagnata dalla possibilità di attuare politiche espansive di stampo keynesiano, porterebbe a un immediato e forte incremento di PIL e occupazione; ma se l’uscita dall’Euro dell’Italia fosse accompagnata da una vera e propria disgregazione dell’Eurozona, è probabile che molti paesi ex-Euro, fra cui il nostro, subiscano un default, con conseguenze devastanti nel breve periodo, ma assolutamente benefiche nel medio periodo, come ci insegna ciò che è avvenuto e che sta avvenendo in Argentina negli ultimi anni.

INFLAZIONE

Recentemente, molti fedeli dell’Eurodogma hanno portato avanti questa strampalata teoria: “Se l’Italia uscisse dall’Eurozona, una svalutazione della nuova moneta pari, ad esempio, al 30%, corrisponderebbe a un’aumento dell’inflazione del 30%”. Basta un esempio per far cadere nel ridicolo questa affermazione: nel periodo 1992-1995, quando l’Italia svalutò la Lira del 50% rispetto al marco tedesco, il differenziale di inflazione con la Germania diminuì dal 3,3% all’1,6%, con l’inflazione italiana che in quel periodo rimase invariata al +5,4%. Ciò successe perché il crollo del volume di Import, divenuto più caro, fu compensato da un aumento della produzione nazionale, divenuta più a buon mercato; tutto ciò fece calmierare i prezzi. Questi ultimi, tuttavia, aumentarono sensibilmente per quanto riguarda le risorse energetiche. I prodotti energetici, però, costituiscono solo una piccola parte dei beni di consumo inseriti nel paniere di beni utilizzato per il calcolo dell’inflazione. È utile inoltre ricordare che l’esagerato aumento delle accise sui carburanti imposto dal defunto governo Monti ha provocato, sui prezzi dei carburanti, gli stessi effetti di una svalutazione monetaria del 25-30% (con la differenza che ha inciso sulla tassazione e non sulla materia prima).

È naturale che l’inflazione rimarrebbe su livelli molto bassi se il nostro Paese confermasse la propria partecipazione all’interno della zona euro, dato che la BCE ha, proprio come obiettivo principale, il mantenimento di bassi tassi di inflazione, su modello della Bundesbank tedesca. Ma è altrettanto vero che, se la classe dirigente di un’ipotetica Italia fuori dall’Euro riuscisse a proporre politiche economiche espansive in grado di raggiungere la piena occupazione e, allo stesso tempo, di cavalcare l’onda dell’aumento della produzione interna, il tasso di inflazione, seppur non ai bassi livelli odierni, si manterrebbe comunque a percentuali accettabili e non creerebbe grossi problemi alla popolazione, soprattutto nell’ipotesi in cui venissero riproposti meccanismi di adeguamento degli stipendi ai tassi di inflazione.

TASSI DI INTERESSE

È indubbio che il più grande vantaggio derivato dall’entrata in vigore dell’Euro, per l’Italia, è stato il forte abbassamento dei tassi di interesse, sia per quanto riguarda il settore pubblico (ad esempio, tasso di interesse sul debito pubblico), sia per quanto riguarda il settore privato (tassi di interesse sui mutui, per esempio). Prendiamo, adesso, il famoso spread fra titoli di stato italiani e tedeschi: sul finire degli anni ’90 era in media di 500 punti, mentre l’entrata in vigore dell’Euro ha fatto crollare la media a 50 punti. È vero che, con l’aggravarsi della crisi economica e politica del nostro paese siamo tornati a livelli intorno a 200-250 punti di spread, ma è anche vero che i tassi di interesse a breve termine sui titoli italiani sono rimasti sostanzialmente bassi, nell’ordine dell’1%. Un ritorno alla Lira comporterebbe un’impennata dei tassi di interesse a livelli pre-Euro. Ma gli scarsi effetti negativi sull’economia reale sarebbero ben compensati da ciò che abbiamo spiegato in precedenza.

DEBITO PUBBLICO e CONTI PUBBLICI

L’entrata in vigore dell’Euro, provocando una diminuzione dei tassi di interesse sul debito pubblico, ha di conseguenza portato a una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL. Questo però, nel caso italiano, è successo nell’immediato, in quanto successivamente, come abbiamo visto, il nostro Paese ha subìto tassi di crescita del PIL prima minori, poi addirittura negativi. La contrazione del Prodotto Interno Lordo, soprattutto negli ultimi anni di crisi economica, ha portato il nostro paese ad avere un rapporto debito/PIL sempre più elevato, contrariamente a quanto avevano previsto gli europeisti degli anni ’90.

Evidentemente, un ritorno alla Lira significherebbe tassi d’interesse più elevati, ma anche tassi di crescita del PIL maggiore. In termini numerici, il rapporto debito/PIL italiano non subirebbe variazioni più significative rispetto a ora che ci troviamo nell’Eurozona. Tuttavia, una forte incidenza dei tassi di interesse nel medio e lungo periodo dovrebbe essere compensata da una classe dirigente “illuminata”, che sappia utilizzare la spesa pubblica in modo equo, tagliando gli sprechi e le spese “di scambio” che i parlamentari usano per accaparrarsi voti (che costituiscono la fetta maggiore di spesa pubblica italiana) e, allo stesso tempo, incrementando le spese utili (welfare state e istruzione).

FINANZA

Fino all’entrata in vigore dell’Euro, in caso di speculazioni provenienti dall’alta finanza mondiale, o in caso di crisi economiche periodiche o straordinarie, l’Italia poteva disporre di una serie di strumenti economici di flessibilità al fine di ristabilire la situazione: la nazione, tramite l’operato della Banca d’Italia, era libera di attuare politiche monetarie e fiscali espansive con l’intento di mantenere la piena occupazione. Con la cessione della sovranità monetaria alla BCE, gli strumenti economici di flessibilità si sono vanificati. La speranza, tuttavia, era quella di partecipare a un’unione monetaria la cui forza avrebbe evitato i problemi delle crisi periodiche. Ma la recente crisi diffusasi in Europa a partire dal 2008 ha sepolto tale speranza, e il nostro paese, insieme agli altri paesi periferici europei, si è reso conto dell’indispensabilità di quegli strumenti. È giusto ricordare che la creazione dei cosiddetti Stati Uniti d’Europa decreterebbe la possibilità di riutilizzare tali strumenti, aggiungendo il fatto che potrebbero essere applicate anche politiche redistributive fra i paesi più ricchi e quelli più in difficoltà: purtroppo una prospettiva del genere è stroncata sul nascere dalle diffidenze dei paesi virtuosi che, dopo esser diventati tali sulle spalle delle nazioni periferiche, sono fortemente contrari a dare una mano ai paesi più svantaggiati.

In questo contesto, l’uscita dall’Eurozona sembra la via più facile da percorrere per la riacquisizione degli strumenti economici di flessibilità utili al riequilibrio dell’economia nazionale.

DEMOCRAZIA

È abbastanza evidente che ciò che si sta costruendo e consolidando in Europa manca di una forte base democratica, senza la quale non può esistere né una federazione di Stati né una organizzazione sovranazionale così influente nelle nostre vite. Abbandonare l’Euro significherebbe il recupero di una parte di sovranità democratica per il nostro Paese, in un campo, come quello economico, così influente per le vite di ogni cittadino.

 

Come possiamo notare, la nostra particolare analisi costi/benefici ha decretato che i vantaggi di un abbandono della moneta unica supererebbero di gran lunga gli svantaggi. Affinché tale abbandono non si riveli un’arma a doppio taglio, occorre però avere una classe dirigente che sia in grado di traghettare il nostro paese verso questa prospettiva futura con politiche e scelte giuste ed eque. Purtroppo siamo molto lontani da questo scenario, l’odierna classe dirigente non è assolutamente adeguata alla guida del Paese. Infine, non si notano personaggi influenti in grado di saper spiegare l’opportunità dell’uscita dell’Italia dall’Euro senza che i loro toni diventino populisti e violenti.

Fonte: Poor Times

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2 Commenti finora. Sentitevi liberi di unirsi a questa conversazione.

  1. correttainformazione 8 maggio 2014 at 17:41 - Reply

    Franco Folchi: per molte di queste domande ti consiglio di vedere questo video: https://www.youtube.com/watch?v=gEhZMldT-FE

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