L’altra faccia dell’occupazione israeliana

Pubblicato il 20 Mar 2014 - 5:23pm di Irene Masala

L’occupazione israeliana nei territori palestinesi impedisce di vedere la vera strategia vincente di Israele: la normalizzazione del conflitto

occupazione israeliana

Se senti Palestina pensi subito all’occupazione israeliana. Pensi al muro che spezza in due, in dieci, in cento piccoli fazzoletti di terra quella che dagli accordi di Oslo è stata definita come West Bank. Ma l’occupazione non è solo questo in Palestina, non è solo un gate che ti separa dal  resto della tua famiglia, non è solo l’umiliazione provata al check point per andare da Betlemme a Gerusalemme quando tu, arabo, devi scendere dal mio stesso autobus per essere controllato e io, internazionale, posso rimanere comodamente seduta e continuare ad ascoltare musica. Non è solo l’impossibilità di manifestare in paesi come Nabi Saleh, Kufar Qadum o Nil’in, senza respirare massicce dosi di gas lacrimogeni, o di costruire un bagno nella casa dove vivi con i tuoi otto figli senza ricevere un ordine di demolizione dal  tribunale israeliano. Fino ad arrivare ovviamente a privazioni più gravi come il carcere, spesso senza nessuna reale accusa né il diritto a un processo, vedi detenzione amministrativa, o alle uccisioni “accidentali” o per motivi di sicurezza portate avanti quasi quotidianamente dall’esercito.

Questa è solo la facciata dell’occupazione israeliana, quella che tutte le persone interessate alle sorti del conflitto, o anche solo genericamente interessate alla politica internazionale, conoscono. C’è un’altra faccia dell’occupazione israeliana, che rimane nell’ombra, ma che agisce profondamente all’interno della società palestinese. Ci sono altri mostri, disarmati, senza riccioli e kippah, ma altrettanto pericolosi.

Il primo mostro è la normalizzazione nel ’48. I palestinesi del ’48 sono i veri dimenticati di questo conflitto. Ogni volta che si parla di occupazione israeliana si pensa alla Cisgiordania, nessuno pensa a quelli che vengono definiti come “arabi israeliani”, e già questa definizione è di per se privativa. Non sono arabi, non sono israeliani, sono palestinesi, palestinesi del ’48. Vivono in Israele, molti di loro hanno dovuto abbandonare le loro case, il loro paesino di origine per trasferirsi in città come Haifa, Jaffa o Akko. Hanno la cittadinanza israeliana, ma gli israeliani non li considerano come tali. Sono quasi del tutto tagliati fuori dai movimenti di resistenza interni alla West Bank e visti, da alcuni, come coloro che hanno ceduto al nemico. A Nazaret è facile incontrare un palestinese che non si definisca tale ma come cristiano israeliano, come se la definizione di arabo o palestinese avesse una connotazione solo religiosa e non identitaria. Questo perché l’identità è qualcosa che molti di loro hanno lasciato nelle loro case d’origine. Vivono circondati da una cultura che non è la loro e che non si capisce nemmeno bene di chi sia. E questo, giorno dopo giorno, anno dopo anno, fa affievolire il ricordo di quello che eri e di cosa ti è stato fatto.

La normalizzazione è la faccia oscura dell’occupazione. Militari, check point, muro sono illuminati dal sole. La quotidianità, sopratutto per chi vive dalla parte benestante del muro, è come un bel tappeto persiano posizionato sopra sofferenza, ingiustizie e frustrazioni. Appena steso, tu sai perfettamente quanta polvere c’hai messo sotto ma, più passa il tempo, e più la dimentichi. Quel tappeto diventa il pavimento della tua casa, sul quale cammini ogni giorno, a volte meravigliandoti anche della piacevole sensazione che provi. E ciò che copre è ciò che rischi di perdere per sempre: lingua, tradizioni e identità vengono sostituite da una cultura che non ti appartiene ma nella quale, lentamente, cerchi di riconoscerti. Ti riconosci per sentirti accettato dal vicino, dal collega, per non vivere continuamente come una vittima. Per sentirti normale. Ed è proprio questa normalità l’alleato più pericoloso dell’occupazione israeliana. La repressione fisica la vedi, la senti, non puoi dimenticartene. Quella psicologica spesso non è percepibile nemmeno da chi la subisce. Ti logora, imponendo cambiamenti e trasformazioni che pensi di aver scelto per te stesso, anche quando non è così. E questo è vero qui come altrove, come in ogni genere di occupazione, sia essa militare, politica, economica o socio-culturale. Ma in questa terra è più pericoloso che altrove, perché qui la memoria è tutto ciò che resta. Ed è anche per questo che sempre più palestinesi di Israele passano il fine settimana a Ramallah, per essere se stessi,almeno per qualche giorno a settimana, per sentirsi a casa.

Il secondo mostro è la normalizzazione nel ’67. Sì, perché la normalizzazione non si subisce solo dentro Israele. Per quanto assurdo possa sembrare a un occhio esterno, le dinamiche palestinesi sono controverse e spesso contraddittorie. Nonostante tutti vivano la stessa condizione, non tutti reagiscono allo stesso modo. La resistenza è ancora viva e i segni della naqba persistono, ma c’è anche molta stanchezza e frustrazione. Ed è questo il momento in cui la normalizzazione entra in campo agendo sulla necessità di una vita “normale”. Quella cosiddetta pace economica ha raggiunto in parte i suoi risultati. Così ti puoi trovare a parlare con persone che definiscono i coloni propri vicini di casa, che ti raccontano di come vengano accompagnati a Gerusalemme a pregare dai vicini israeliani.

All’improvviso inizi a non capire più niente, è qui che tutto si confonde. E così scopri che c’è chi fa della resistenza la propria ragione di vita e chi invece cerca di vivere nel modo più semplice e normale possibile. Normale appunto. Perché arriva il momento in cui devi fare i conti con quello che hai e trovare il modo migliore per andare avanti. Questo fatto contribuisce, inoltre, a creare forti divisioni interne anche tra singoli villaggi e famiglie, rendendo l’occupazione israeliana più invasiva ed efficace. Così molti palestinesi lavorano in nero all’interno delle colonie, ricevendo in cambio dei visti fasulli che gli permettono di lavorare all’interno degli insediamenti, considerati territorio israeliano, ma non di recarsi a pregare ad Al Quds, Gerusalemme o ad Haifa per vedere il mare. Alcuni di loro si oppongono persino alle manifestazioni di resistenza non violenta del venerdì perché vogliono preservare i “buoni” rapporti lavorativi con i vicini israeliani. Se non si trattasse di territori occupati, quest’incontro tra le due popolazioni rappresenterebbe di certo un passo avanti positivo, ma è proprio così che agisce la normalizzazione, riproducendo relazioni normali all’interno di un contesto anormale, nel quale un tale comportamento sottolinea un adattarsi, per sfinimento e rassegnazione, allo status quo.

Esattamente come, ormai, ci si è più o meno abituati alla presenza internazionale, ed è su questo punto che si passa al terzo mostro: la cooperazione internazionale. Si tende spesso ad identificare il conflitto israelo palestinese come emergenza umanitaria ed è in quest’ottica che vengono erogati molti degli aiuti della comunità internazionale. Il problema è che la questione è politica, non umanitaria, e “quando l’aiuto viene dato in un contesto di conflitto e di violenza, esso diventa parte del contesto; di conseguenza i suoi effetti sul conflitto non rimangono neutrali, malgrado ciò che i donatori pretendono” (Sahar Taghdisi-Rad, 2011, p. 43). Così quegli aiuti fatti cadere a pioggia (escludendo da questo ragionamento quei progetti a sfondo politico che agiscono sulla società civile e si interpongono tra le due parti in causa senza portare a un eccessivo giro di denaro) rischiano di intaccare permanentemente la leadership politica e le iniziative locali. In questo modo la società civile palestinese si ritrova ad essere sempre più imbrigliata, non solo nella rete dell’occupazione israeliana, ma anche in quella della dipendenza dagli aiuti internazionali, diventando ancora più debole sul piano negoziale dei trattati di pace.

Analizzata da queste prospettive, la normalizzazione risulta essere una strategia politica, sociale ed economica messa in campo da Israele al posto di sostanziali accordi di pace. Così vengono promosse normali relazioni politiche ed economiche tra Israele e i territori palestinesi occupati come se fossero indipendenti dal conflitto e non si svolgessero all’interno di un contesto di occupazione. Contesto che diventa ogni anno più “normale” e irreversibile, plasmato da questa strategia che, senza fare uso di forza militare, si sta rivelando tra le più pericolose e vincenti.

 

Info sull'Autore

Laureata in Scienze Politiche e Giornalismo ed Editoria, da anni si occupa di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse per il Medio Oriente e il conflitto arabo-israeliano. Due grandi passioni, scrivere e viaggiare, l'hanno portata a trascorrere gli ultimi sei anni tra Roma, Valencia e Israele/Palestina. Ha inoltre frequentato il Master in Giornalismo Internazionale organizzato dall'IGS (Institute for Global Studies) e dallo Stato Maggiore della Difesa, nell'ambito del quale ha avuto modo di trascorrere due settimane come giornalista embedded nelle basi Unifil in Libano.

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