Dall’eutanasia alla morte assistita

Pubblicato il 16 Mag 2013 - 5:51am di Redazione

Eutanasia e morte assistita a due passi dal nostro confine

EutanasiaUn tempo non molto lontano si andava in Svizzera per far custodire risparmi e ingenti capitali. Oggi il traffico verso quel Paese si è incrementato, anche se non di molto. Ogni anno trenta italiani, oltre agli innumerevoli trasportatori di capitali, passano il confine per andare a morire nel migliore dei modi. Lo stato elvetico ammette l’eutanasia, o morte assistita, o dolce morte o come si voglia chiamare. Il risultato finale è sempre lo stesso.

Chi, nello stato elvetico, si occupa di questa importante “funzione sociale”, è la Fondazione Pro Senectute, che da quasi cent’anni si impegna per il benessere, i diritti e la dignità delle persone anziane, per un «invecchiamento di qualità». In quest’ordine di idee rientra anche la questione delle condizioni-quadro indispensabili per «morire bene». Nel documento sulla posizione di Pro Senectute, pubblicato oggi, la Fondazione riconosce alle persone che desiderano suicidarsi il diritto di farlo e anche di mettere fine alla propria vita ricorrendo all’aiuto di terzi. Per questi ultimi fini, Pro Senectute si avvale della legislazione elvetica, la quale prevede, all’art. 115 del Codice penale, che l’assistenza al suicidio è permessa fintanto che non sia determinata da motivi egoistici. Quindi è pienamente riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, inteso come atto privato e valore essenziale della persona.

Se mi è permesso, vorrei fare una puntualizzazione che, seppur per una parte rende eutanasia e morte assistita due sinonimi, in realtà la differenza è netta. “Nel pensiero filosofico antico, l’eutanasia era considerata ‘la morte bella’, tranquilla e naturale, accettata con spirito sereno e intesa come il perfetto compimento della vita” (Vocabolario Treccani online). Dunque una morte naturale. Con il passare dei secoli arriviamo all’eutanasia dove, con il compimento di atti discutibili, è considerata una “morte non dolorosa, ossia il porre deliberatamente termine alla vita di un paziente al fine di evitare, in caso di malattie incurabili, sofferenze prolungate nel tempo o una lunga agonia…” (Vocabolario Treccani online). Oggi, poi, seguendo l’evoluzione sociale, siamo giunti al punto che anche certe persone, per lo più anziane, forse stanche di confrontarsi con le “brutalità” della quotidianità, decidono di porre fine alla loro esistenza con la speranza, forse, del Regno Divino.

L’ultimo, almeno per quel che se ne sa, ad affidarsi alla morte assistita, in Svizzera, è stato il belga Christian De Duve, premio Nobel per la Medicina nel 1974. “Ho vissuto quasi un secolo di una vita straordinaria, grazie alla quale ho avuto il privilegio di assistere alle più’ grandi scoperte scientifiche e di incontrare un gran numero di personalità, non ho paura di morire e sono grato per i privilegi che ho avuto“. Sono queste le ultime parole dello scienziato prima di accomiatarsi dalla sua famiglia, che ha riunito per un ultimo saluto.

La situazione europea in materia di eutanasia è variegata e non molto confortante. A mò di esempio, vediamo che in Italia l’eutanasia è completamente vietata, anche se è presente l’assenso della persona interessata; In Francia è proibita, ma è consentita la sospensione definitiva delle cure; la Spagna non considera più equivalente all’omicidio né l’eutanasia né la morte assistita; la Danimarca ha introdotto il testamento biologico per mezzo del quale si può chiedere la fine della terapia; nel Regno Unito non sono ammessi né eutanasia né la morte assistita, ma i medici possono anticipare la morte di pazienti senza speranza di sopravvivere; i Paesi Bassi, infine, sono stati i primi al mondo a legalizzare l’eutanasia.

La Chiesa cattolica? Una delle prime citazioni esplicite dell’eutanasia è avvenuta, pare, nel 1965, durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. Lo stesso Giovanni Paolo II, esprimendo la posizione della Chiesa cattolica, nell’enciclica Evangelium Vitae, afferma che “In conformità con il Magistero dei miei Predecessori e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale”.

Indubbiamente ogni persona deve obbligatoriamente disporre della piena libertà di scegliere, segno insindacabile e fortemente caratteristico della democrazia. Cioè, l’essere umano è “degno” di essere libero di scegliere individualmente e di non essere sottoposto alle scelte altrui. E la Costituzione italiana, per rimarcare la dignità di scegliere, afferma che gli esseri umani hanno “pari dignità sociale”. Tale libertà viene esercitata, tra l’altro, nel caso la persona, consapevolmente o inconsapevolmente, decide e attua il suicidio. Può essere o no salvata, in base a un evento fortunato o sfortunato, ovvero dietro l’intervento provvidenziale di qualcuno.

Diverso, profondamente diverso, è il caso di chi sceglie di essere “assistito” in un momento fondamentale della propria vita che si desidera portare a termine. Al di là del consenso, delle sofferenze cui si è soggetti, del venir meno del desiderio di continuare ad assaporare la vita nei suoi molteplici aspetti, della “stanchezza” fisica e/o psichica, della sofferenza dolorosa di un malato terminale, o di qualsiasi altro motivo, togliere la vita a un essere umano è, oltre che abominevole, un reato penale. Omicidio.

C’è poi differenza tra un medico che “stacca la spina” o inietta farmaci per far morire nel “migliore dei modi” una persona, seppur consenziente, e un individuo che, dietro esplicita richiesta, anche scritta, uccide un suo simile? La strada maestra da percorrere, nei casi di malati terminali, al fine di rendere meno o per niente doloroso il percorso finale della loro vita, è il ricorso a medicinali a carattere analgesico e, quando se ne ravvede il caso, sempre a richiesta del paziente, il ricorso alla sospensione di cure mediche, quando queste configurino l’accanimento terapeutico.

L’eutanasia o morte assistita, infine, negano l’impegno che i neo medici si assumono attraverso il Giuramento di Ippocrate: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio…”. Teniamo conto che il Giuramento risale al 420 a.C.

 

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