Gian Lorenzo Bernini: un artista che ha fatto bella Roma

Pubblicato il 22 Mag 2026 - 5:35pm di Emilia Abbo

In una Roma in cui l’antichità dialoga sempre più difficilmente con la modernità, rammentiamo le opere più salienti, soprattutto alla luce di una narrazione biografica,  di un grande artista di epoca barocca, Gian Lorenzo Bernini.

Bernini e i Borghese (Papa Paolo V) 

Gian Lorenzo Bernini nacque a Napoli il 7 dicembre 1598. Il padre Pietro era uno scultore toscano, nato a Sesto Fiorentino, che a venticinque anni sposò la giovanissima Angelica Galante, che gli diede ben tredici figli (Gian Lorenzo fu il primo nato maschio di questa numerosa famiglia). Pietro Bernini era giunto a Napoli su invito del vicerè (questa città era all’epoca la capitale del regno spagnolo) e si trasferì a Roma nel 1606, quando venne convocato da Papa Paolo V, appartenente alla nobile famiglia Borghese, per lavorare nella cappella Paolina a Santa Maria Maggiore,  dove scolpì anche l’ Assunzione della Vergine. Tuttavia il suo principale ruolo fu quello di contribuire, senza alcun senso di competizione ma solo di orgoglio, al talento artistico del figlio, che venne istruito a casa, senza un precettore (il latino e la grammatica li apprenderà successivamente). La Roma secentesca era meta di molti artisti (come ad esempio Nicolas Poussin), poichè il Papa voleva – soprattutto per contrastare il protestantesimo, innescato nel 1517 con le famose tesi di Lutero – esaltare ad ogni costo la bellezza della città, e quindi ad autoglorificarsi.  Questo, ovviamente, contrastava con le esigenze della gente comune, che doveva venire a capo anche con le frequenti esondazioni del Tevere (commemorate da oltre centoventi targhe sparse per il centro della città, come ad esempio sulla facciata della chiesa di Santa Maria della Minerva). Il popolo si ribellava a costose opere pubbliche ritenute superflue anche attraverso delle rime satiriche che venivano appese al collo di una statua mitologica di scarso valore che fu chiamata ‘Pasquino’, forse in onore di qualche bottegaio o altro personaggio noto nel quartiere.  Papa Paolo V, per farsi benvolere, cercò di ovviare le alluvioni lavorando alle sorgenti del Tevere ed instaurando l’acquedotto che termina con la fontana denominata, non a caso, dell’ acqua Paola. Creò un banco di deposito presso l’ospedale Santo Spirito, ma finanziò la guerra dei Trent’anni, che aveva un sapore sia religioso che politico. Inoltre, tendeva ad atteggiamenti assolutisti, come quando condannò Copernico,  poichè  riteneva il suo pensiero dissidente, in quanto contrario alla cosmogonia tramandata dalle Sacre Scritture.

Quando Paolo V commissionò a Pietro Bernini un nuovo lavoro all’interno della basilica di Santa Maria Maggiore (una statua rappresentante l’incoronazione di Papa Clemente VIII), lo scultore si trasferì con la famiglia nei pressi di suddetta basilica, nell’attuale via Liberiana 24, lasciando l’abitazione nei pressi di San Lorenzo in Lucina, dove vivevano illustri artisti come ad esempio il bolognese Annibale Carracci. Sarà comunque l’abitazione a Via della Mercede, di fronte alla basilica di Sant’ Andrea delle Fratte, la dimora stabile di Bernini per gran parte della sua vita, e non a caso vi è apposta una targa che cita:

“Qui visse e morì Gian Lorenzo Bernini, sovrano dell’arte al quale si inchinarono riverenti Papi, principi, popoli. “

Priapo e Flora sono due statue destinate a Villa Borghese (che ora ammiriamo solo in copia), ed il cesto di frutta che stringe Priapo si deve ad un Gian Lorenzo ancora bambino.  Anche il Fauno che scherza con due amorini, un gruppo scultoreo realizzato fra il 1616 ed il 1617, ebbe il suo contributo, così come l’ allegoria autunnale delle Quattro stagioni  (1615-18). La prima scultura che venne sicuramente svolta senza l’aiuto del padre è la Capra Amaltea che nutre il piccolo Zeus, che si trova alla Galleria Borghese, e che fu realizzata quando l’artista aveva diciassette anni.

Il tema si rifaceva al mito di Rea che, temendo l’ira di Crono, affidò il piccolo Zeus a due ninfe dell’isola di Creta. Qui il piccolo venne cibato con miele e col freschissimo latte di una capretta, Amaltea. Ma un giorno Zeus, mentre si esercitava coi fulmini, colpì un corno dell’amata capretta, che venne guarita dalla ninfa Melissa. Zeus, per riconoscenza, le donò la cornucopia, il corno spezzato pieno di fiori e frutta, che, se vuotato, si riempiva nuovamente per magia, divenendo simbolo di fertilità e  abbondanza.    

Il cardinale Scipione Borghese, affascinato dal talento del giovanissimo Gian Lorenzo, organizzò un’ udienza col Papa Paolo V, durante la quale il giovane disegnò la testa di San Paolo. Il pontefice, predicendo che era dinanzi ad un nuovo Michelangelo, introdusse il ragazzo in Vaticano per fargli trovare ispirazione dalle meravigliose collezioni d’arte che vi erano custodite.

A questo periodo risale anche l’inizio dell’interrelazione fra i Bernini ed i Barberini. Nel 1616, su commissione del cardinale Maffeo,  il giovane artista decorò assieme al padre la cappella di questa illustre famiglia, all’interno di Sant’ Andrea della Valle (un luogo assai noto anche perchè  Giacomo Puccini, due secoli dopo, vi ambienterà il primo atto della Tosca).  Per il cardinale Maffeo, Bernini  scolpì anche le statue di due martiri cristiani, il  San Lorenzo sulla graticola, dove l’artista estrasse dal freddo marmo la realistica rappresentazione delle fiamme, ed il San Sebastiano (il cui resti, secondo la tradizione, erano stati ritrovati in suddetta cappella, e del quale nel 2022 è stata attribuita a Bernini un’altra versione che si credeva di Pierre Puget).

La sua consacrazione di artista avverrà comunque con quattro opere destinate alla residenza di Paolo V (oggi la Galleria Borghese), svolte fra il 1619 ed il 1625:

Enea ed Anchise  : la scultura, in riferimento al secondo libro dell’ Eneide di Virgilio, raffigura Enea che porta sulle spalle il padre Anchise (il quale ha in mano le ceneri degli antenati) con a fianco il figlioletto Ascanio, mentre fuggono da Troia in fiamme.

Il ratto di Proserpina :  La scultura si riferisce al seguente mito:

Proserpina (ricalcata sulla greca Persefone),  figlia della dea Cerere,  viene rapita da Plutone, dio dell’oltretomba, il quale vuole farla sua sposa. Cerere, disperata per la scomparsa della figlia, smette di seminare, e giunge la carestia. Giove invia allora il suo messaggero Mercurio da Proserpina, avvertendola di non mangiare nulla, altrimenti non sarebbe più potuta tornare sulla terra. Proserpina però cede alla tentazione di sei succosi chicchi di melagrana, che Plutone astutamente le mette in mano. Allora la giovane dea potrà tornare dalla madre Cerere solo sei mesi all’anno, quelli che iniziano col solstizio di primavera. 

Bernini cristallizza un momento di massima tensione, quello del rapimento di Proserpina. Plutone è raffigurato con la corona e lo scettro, e dietro di lui c’ è il mostruoso guardiano a tre teste Cerbero. La ragazza lotta con tutta se stessa per non essere trascinata sul carro del bramoso dio, e preme la mano sinistra sul suo volto barbuto. Plutone però la trattiene, facendo affondare le dita sul suo fianco e sulle sue cosce, dando quindi una straordinaria illusione di morbidezza nel marmo.

Il David :  il  soggetto era già noto anche grazie a Michelangelo e Donatello, ma Bernini lo ripropone, cristallizzando il momento in cui il protagonista si china per raccogliere il sasso che getterà al gigante Golia. Viene quindi rappresentato lo sforzo di David con lo sguardo corrucciato, le labbra serrate, la torsione del corpo. Ai suoi piedi c’ è la corazza del re Saul, ed una cetra che termina a testa d’ aquila, in omaggio alla casata dei Borghese.

Apollo e Dafne :  Per questa scultura Bernini si ispirò ad Ovidio:

Dopo aver ucciso il serpente Pitone (che Era, la moglie di Zeus, aveva scagliato per gelosia contro Lete, dea della notte, e madre di Apollo), il dio della musica andò a vantarsi con Cupido, anch’egli abile maneggiatore di archi e frecce, ma privo di imprese eroiche da raccontare. Sentendosi punto nell’orgoglio, il dio dell’amore fa innamorare Apollo di Dafne, una naiade (ovvero una ninfa associata ai corsi d’acqua dolce), figlia del fiume sacro Peneo, ma fa anche in modo che questo amore non venga ricambiato. Pertanto, dinanzi alla foga amorosa del dio, Dafne si dà alla fuga,ma viene presto raggiunta dallo spasimante, cosicchè la ninfa rivolge una preghiera al padre, che la trasforma in un albero di alloro. Apollo, disperato per la perdita ma anche rammaricato per la sua cattiva azione, elegge questa pianta per le anime virtuose, come i poeti.

Nella scultura del Bernini è colto l’attimo in cui Apollo raggiunge la ninfa, che inizia la sua metamorfosi. Apollo ha una gamba sollevata, ed il mantello gonfiato dal vento. Il piede sinistro della ninfa è già una radice, e quello destro inizia a trasformarsi. La corteccia le avvolge il corpo e le mani sono ramoscelli di alloro. Mai una statua fu così palpabilmente viva, cristallizzando il pathos emotivo e l’azione all’apice del suo dinamismo.

La scultura, per tenere a freno i benpensanti,  fu accompagnata da una targhetta, con questa moraleggiante frase:

“Quisquis amans sequitur fugitivae gaudis formae fronde manus implet baccas seu carpit amaras.”

(“L’amante che insegue la bellezza esteriore e passeggera afferra solo rami di amari frutti.”)

Fu insinuato che non fosse un’ opera del Bernini, o non solo sua.  In realtà il giovane scultore  non era ancora così affermato da avvalersi di aiutanti per terminare le sue commissioni. Si stava solo mettendo alla prova, con delle sperimentazioni e con un esito talmente stupefacente che probabilmente nemmeno lui si aspettava. Il nobile storico dell’arte settecentesco Leopoldo Cicognara, scrisse:

“Le radici al piede, e i capelli, e i rami e le fronde, e lo svolazzare dei panni sono con leggerezza di tocco così leggermente scolpiti che sentiresti invero sibilare quei lauri pel vento, scordando la durezza della materia.”

Per il cardinale Scipione Borghese, Bernini scolpì anche il materasso su cui poggia Ermafrodito dormiente, una statua marmorea risalente alla prima metà del secondo secolo dopo Cristo, copia di un originale ellenistico in bronzo attribuito a Policle,  menzionato anche da Plinio il Vecchio.  La statua (che ritrae il mitologico Ermafrodito sensualmente adagiato su un fianco,  con la testa sulle braccia conserte e volta verso il lato opposto)  fu rinvenuta durante gli scavi per l’edificazione della chiesa di Santa Maria della Vittoria, ed il cardinale si assunse le spese della facciata pur di poterla annoverare fra le sue d’opere d’arte, dedicandole in una stanza apposita. Attualmente, la meravigliosa scultura si trova al museo del Louvre a Parigi, poichè nel 1807 il principe Camillo II Borghese, in forti difficoltà economiche, la cedette al cognato Napoleone Bonaparte, assieme a tanti altri capolavori appartenenti alla collezione del cardinale.

Il soggetto dell’opera è Ermafrodito, figlio del dio Ermes e della dea Afrodite. Secondo Ovidio, il giovane giunse nella Caria, in Anatolia, dove incontrò la ninfa Salmaco, che si innamorò perdutamente di lui, senza però essere ricambiata. Mentre il giovane, ignaro, si faceva un bagno, la ninfa gli si gettò addosso, invocando gli dei, e chiedendo di poter fondersi con lui in eterno. Da quel momento, i due divennero una sola creatura, in cui sussisteva il maschile ed il femminile.

 

Bernini e i Ludovisi (Papa Gregorio XV)

Nel 1621 il bolognese e gesuita cardinale Alessandro Ludovisi  assurge per soli due anni a dignità papale col nome di Gregorio XV.  Il nipote Ludovico, a cui si deve l’edificazione della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola,  è anche conosciuto per  l’acquisto del ducato di Zagarolo dalla tanto nobile quanto squattrinata famiglia Colonna, nonchè  per la costruzione della splendida villa Ludovisi, che conteneva anche il cosiddetto Trono Ludovisi, un trittico in marmo risalente al 450 A.C, e rinvenuto nel 1887 durante i lavori di lottizzazione della villa (conservata oggi a palazzo Altemps, la scultura raffigurava la nascita di Afrodite dalla spuma del mare, oppure Persefone emergente dagli inferi). Per la nobile casata, Bernini restaura nel 1622 l’Ares Ludovisi, copia romana di un originale greco attribuito a Lisippo o a Skopas (IV sec. a. C.), e rinvenuta presso la chiesa di San Salvatore in Campo.  Ares, dio della guerra (che per i romani era Marte, e quindi  assumeva caratteristiche più eroiche e positive, in quanto si riteneva che fosse padre di Romolo),  in questa raffigurazione è accomodato sulle armi che ha temporaneamente deposto.  Bernini vi aggiunse il piede destro, l’elsa della spada e, soprattutto, il piccolo Eros che circonda con un braccino il polpaccio del dio, conducendolo a pensieri amorevoli durante il riposo. Nel 1901 la collezione Ludovisi fu messa all’asta, ma lo stato italiano in parte la salvò dall’esportazione, cosicchè il dio Ares può essere tuttora ammirato nel romano Palazzo Altemps.  A questo stesso anno risale anche la prima fontana scolpita da Bernini, Nettuno e Tritone, che era destinata a Villa Montaldo, una residenza voluta da Papa Sisto V quando era ancora cardinale, e che venne demolita alla fine del XIX secolo per costruire il complesso della stazione Termini. La fontana berniniana è stata  però conservata, e se vogliamo ammirarla possiamo trovarla a Londra, al Victoria ed Albert Museum.

 

Bernini e i Barberini  (Papa Urbano VIII ) 

Il cardinale Maffeo Barberini,  nell’afosa estate del 1623,  divenne Papa Urbano VIII. Poeta baroccheggiante e filofrancese,  sottovalutò il cardinale Richelieu, che fece solo gli interessi politici della sua nazione, alleandosi coi principi luterani tedeschi e quindi contrastando, in questo modo, la potenza cattolica asburgica. Per rafforzare le difese di Roma, aggiunse nuovi baluardi a Castel Sant’Angelo, e fortificò soprattutto Civitavecchia, che divenne un vero e proprio porto bellico. All’occorrenza, il Papa impiegava le travi di bronzo che erano nell’atrio del Pantheon (dove affisse anche una targa in sua discolpa), ed è per questo che una famoso detto resta “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini” (“Quel che non fecero i Barbari, fecero i Barberini”). Barbarico, senza ombra di dubbio, fu il processo a Galileo Galilei che si tenne durante il suo pontificato, nel 1633.

Il primo compito che Papa Barberini affidò al Bernini fu la ricostruzione della chiesa dedicata a Santa Bibiana (della quale possiamo anche ammirare la statua che si trova dietro l’altare) e che si trova nell’attuale via Giolitti. La facciata, che sorge lateralmente su un cortiletto, sembra quasi ripararsi da un contesto urbano altamente congestionato, anche a causa di un’ antiestetica ferrovia che corre parallela alla strada.

Al 1628 risale il restauro del cosiddetto Fauno Barberini, una scultura originale di epoca ellenistica, di autore sconosciuto, risalente al 220 a. C.,  che raffigura un ebbro satiro supinamente semisdraiato in una posa piuttosto scomposta e non propriamente ‘ortodossa’.  Ritrovata presumibilmente nel 1624 nei fossati di Castel Sant’ Angelo, era entrata a far parte della collezione Barberini, ed all’epoca paragonata per celebrità soltanto al Torso del Belvedere, opera di Apollonio di Atene (1 sec. a. C), che era stata oggetto di studio sia da parte di Michelangelo che di Raffaello, e così chiamata perchè mutilata, ma nessun artista volle restaurarla per timore di alterarne un valore conferito anche dalla sua singolarità.  Tornando comunque al Fauno, Bernini restaurò la statua, aggiungendovi la gamba destra. Nel 1799, a causa di una grave crisi finanziaria,  l’opera fu ceduta al restauratore Vincenzo Pacetti, che la rimaneggiò. Tornata ai Barberini, la scultura venne poi acquistata nel 1814 da Ludovico di Baviera, ma giunse a Monaco soltanto nel 1820, poichè, anche su interessamento del Canova, fu messo un bando affinchè la scultura rimanesse a Roma.

Nel 1629 Bernini completò la celebre fontana della ‘Barcaccia’ a piazza di Spagna, un’opera che si deve al padre Pietro, che venne a mancare il 29 agosto di quello stesso anno. In questo frangente emerse il legame affettivo, quasi filiale, che Gian Lorenzo aveva instaurato con Papa Urbano VIII, e che non si replicherà con nessun altro pontefice. Bernini aveva l’onore di cenare col Papa, debilitato dalla malattia malarica, ed anche di accompagnarlo nella sua stanza in un’epoca in cui i porporati dovevano essere molto guardinghi nei riguardi di ognuno. Quando fu invece Bernini ad ammalarsi, nel 1635, oberato dal lavoro e dalle responsabilità familiari, il Papa non esitò, oltre ad inviagli il suo medico, ad andarlo a trovare di persona, anche portandogli un medicamento speciale, contenente addirittura polvere di pietre preziose, del quale andava applicata una goccia sulle labbra per abbassare la febbre (Mormando 97).

La simpatia del Papa per il giovane Bernini emerse platealmente quando gli affidò il lavoro del Baldacchino di San Pietro, soprassedendo ad architetti che avevano svolto un percorso di studio più consolidato e formale. Quanto a Carlo Maderno (che morì nel 1629) ed a Francesco Borromini  (che collaborò fino all’ultimo all’ opera), si sentivano soltanto declassati dinanzi alla crescente stella Bernini. Il Borromini, in particolare, che aveva messo a disposizione il frutto di un lungo apprendistato, si definì ‘derubato della gloria che gli spettava’   e da questo momento nacque una storica rivalità, che comunque non trascese mai nelle parole e nei fatti. Anzi, fu proprio grazie a Bernini, il quale avanzò una proposta al Papa, se il 25 settembre del 1632 Borromini lasciò la sua inferiore posizione di capomastro (nel 1629 si era perfino adattato ad intagliare una porta della sacrestia) dando il via al suo primo progetto indipendente, la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, a cui seguì l’oratorio dei Filippini, la nuova ala di Propaganda Fidae (il quartier generale delle missioni internazionali) ma, soprattutto, nel 1642, la chiesa di Sant’ Ivo alla Sapienza, che è considerata il suo capolavoro.

Il Baldacchino di San Pietro, che si eleva leggiadramente verso la cupola michelangiolesca,  fu risultato di un talento naturale che l’artista mise testardamente innanzi. Incurante dei giudizi dei più esperti (il pittore Agostino Ciampelli, che seguì la genesi del progetto, lo definì una ‘chimera’) Bernini sfidò i problemi tecnici  lavorando direttamente in basilica, scavando nella terra mista a ceneri ed ossa, e poi fra le fornaci, rischiando perfino la vita, ma con un esito finale che venne invano emulato. Tenne anche una sorta di diario, dove annotava lo svolgimento dei lavori (si avvalse di almeno dieci artigiani) e rendicontando giudiziosamente le precise quantità d’oro impiegate. Alto circa ventinove metri, il Baldacchino è massiccio e pesante, eppure trasmette un senso di leggerezza. Le quattro decorate colonne in bronzo si ergono a spirale, le frange sembrano ondeggiare al vento, e le quattro rispettive volte, ricurve a dorso di delfino, sono sorrette da angeli. Ed in cima si trova il globo con la croce verso la quale volge lo sguardo la statua di San Longino, sempre opera del Bernini.  L’opera venne inaugurata il 29 giugno 1633, e resta un simbolo vivente del legame di Bernini con Urbano VIII, tanto che nel sarcofago di questo Papa l’artista depose una moneta con sopra raffigurato proprio il Baldacchino, che fu probabilmente concepito assieme alla composizione barocca destinata ad accogliere la Cathedra Petri, ovvero la reliquia del seggio vescovile di San Pietro, anche se in realtà gli storici la ritengono un dono di Carlo il Calvo a Papa Giovanni VIII, risalente al nono secolo e di fattura bizantina.  L’opera di Bernini   venne realizzata nel 1644, sotto Papa Alessandro VII, e fu inizialmente posta nella cappella del Battesimo, la prima a sinistra della basilica (la reliquia, fino a quel momento era stata conservata nella custodia di un altro architetto, Giovan Battista Soria).

Nel 1636 Bernini conosce una donna, Costanza Piccolomini Bonarelli, della quale scolpì un celebre busto, che si trova a Firenze, al museo del Bargello. Costanza è ritratta nella sua quotidianità, con le chiome sommariamente raccolte dietro la nuca, lasciando in mostra un po’ di doppio mento, ed una semplice camiciola scollata da cui si evincono le morbide forme. Ha gli occhi un po’ sgranati, come se fosse impaurita, e le labbra dischiuse, come se volesse dire qualcosa Non era particolarmente bella, ma sicuramente dotata di una personalità  ed una sensualità che fecero letteralmente perdere la testa al nostro artista. Costanza era sposata con un collega di Bernini, Matteo Bonarelli, ma non fu tanto questo a dare scandalo quanto un increscioso episodio che coinvolse un fratello minore di  Gian Lorenzo, a sua volta infatuato di Costanza. Si tramanda che Bernini, avendo visto il fratello Luigi in compagnia della sua amata,  lo avesse inseguito, furioso, brandendo una spada anche all’interno di Santa Maria Maggiore, come se fosse ‘Padron del mondo’. Questa è l’espressione che usò  l’addolorata madre dei due Bernini quando scrisse una lettera ad Urbano VIII, raccontando l’accaduto per ottenerne il perdono. Il Papa, con un ulteriore slancio dal sapore paterno, giustificò Gian Lorenzo in quanto artista, senza fargli nemmeno pagare una multa, ma allo stesso tempo lo ammonì a calmare i bollenti spiriti sposandosi con una brava ragazza, il che accadde nel maggio 1639. Costanza, dopo aver trascorso quattro mesi in una ‘casa pia’, supplicò il governatore di rimandarla dal marito, che fu disposto a riaccoglierla. Bernini tenne comunque il busto di Costanza nella sua casa a Via della Mercede fino a diversi anni dopo il matrimonio, per poi donarlo al cardinale Giovanni Carlo De Medici, che lo mise nella sua collezione d’arte.  Se vi fu un vero pentimento non lo sapremo mai, ma il fatto che la statua allegorica della Carità sulla tomba di Urbano VIII in San Pietro abbia il viso di Costanza ci fa alquanto dubitare in merito. In ogni caso, Bernini si dedicò alla residenza destinata ad accogliere due nipoti del pontefice (Taddeo e Francesco),  ovvero Palazzo Barberini, l’attuale Galleria Nazionale d’Arte Antica, contribuendo (ancora una volta assieme al Borromini, dopo la scomparsa di Maderno) all’architettura (come le scalinate ed il ponticello esterno) nonchè alla decorazione. Se si volge lo sguardo verso il cornicione, si noteranno sul fregio una serie di volti grotteschi, caricaturali, ed anche animali fantastici (non a caso, la testa di Medusa, conservata ai Musei Capitolini, è un’altra sua celebre scultura). Anche se Bernini non tornò mai a Napoli, governata dagli spagnoli, e quindi non in linea con la politica dei Barberini, nel sangue dell’artista scorreva il sangue della teatralità, tanto è vero che amava organizzare, anche in questo palazzo (il cui salone principale venne superbamente affrescato da Pietro da Cortona),  degli spettacoli teatrali a cui partecipavano anche alti prelati dotati di una certa dose di autoironia, poichè in questo frangente emergeva il Bernini dissacratorio, che mirava, con battute satiriche, spesso improvvisate, ad abbattere, come in un gioco carnevalesco, le ipocrisie di cui lui stesso, volente o nolente, si nutriva.

L’artista dimenticava l’ufficialità del suo ruolo anche quando si trattava di dipingere. Per Bernini la pittura era quasi un hobby, tant’è vero che non venne mai commissionata, ma nasceva da un suo spontaneo moto dell’animo. Un esempio è dato dal celebre ritratto di Urbano VIII, che sembra colto in un momento rilassato, intimo, familiare. Ed uno dei suoi quadri più riusciti, David con la testa di Golia,  fu invece donato all’amico Sforza Pallavicino, che poi lo passò alla famiglia Chigi, per poi giungere a Palazzo Barberini nel 1982, quando fu acquistato dallo Stato.  Piccole ‘licenze’ le troviamo comunque anche nella scultura istituzionale, con bottoncini che sfuggono all’allacciatura (l’allievo di Bernini, Giuliano Finelli, osò anche far intravedere l’ape dei Barberini sotto un colletto, mossa tanto originale quanto adulatrice), o barbe incolte, o altri piccoli difetti estetici. Il tutto in nome di un innovativo realismo che potrebbe anche tradursi in guizzi di affettuosa spiritosaggine. Se osserviamo l’ autoritratto di Bernini da giovane, del resto, gli occhi neri sono di una vivacità che racchiude un mondo emotivo davvero variegato.

Tutta la zona circostante al Palazzo è un onore ai Barberini, soprattutto per le fontane, come quella del Tritone, al centro della piazza a loro dedicata, e quella vicina delle Api, simbolo araldico della casata, all’imbocco di Via Veneto. L’acqua che scorre, alimentata dall’ acquedotto Felice,  allude sicuramente ad un’ auto-purificazione in senso cristiano, ma anche un ritorno a cari motivi pagani, che hanno come tematica il mondo marino. Quattro delfini sorreggono una conchiglia su cui poggia Tritone, che suona un guscio di murice. E le api, nella seconda suddetta fontana, invece di temere l’acqua che sgorga dalle valve, la proteggono, un po’ come la Chiesa difende la città da ogni calamità, sia materiale che spirituale.

Come accennato, il 15 maggio 1639 Bernini sposò Caterina Terzio, con la benedizione di Papa Urbano VIII, e con una cerimonia di basso profilo, senza testimoni o pubblicazioni. Caterina era romana e figlia di un avvocato dei Barberini. Dato il suo status sociale, oltre che benestante, era senza dubbio dotata di una buona istruzione, ma di fatto rimase solo la moglie di Bernini, in un matrimonio tutto sommato ben riuscito. Caterina diede al marito ben undici figli, due dei quali morirono in età infantile.

Durante il pontificato di Papa Urbano VIII, Bernini scolpì numerosi busti (di cui molti dedicati allo stesso pontefice). Celebre resta quello del cardinale Richelieu (oggi al Louvre) e per il re d’Inghilterra Carlo I (andato perso), protestante ma sposato con una francese cattolica. Il ritratto del re lo portò a Roma un gentiluomo inglese, Thomas Baker,  il cui busto Bernini lo scolpì quindi dal vivo, ma attribuendogli, allo stesso tempo, e piuttosto paradossalmente, una funzione commemorativa. Conservata al londinese Victoria ed Albert Museum, quest’opera, seppur animata ed espressiva (è colto l’attimo in cui Baker volge la testa a sinistra)  ha gli occhi senza pupille (che indicavano la rappresentazione di un defunto)  e la mano seminascosta nel mantello, tipica della tradizione funeraria romana. Bernini dedicò un busto anche a Bartolomeo Roscioli, che il Papa aveva conosciuto quando era vescovo a Spoleto, e che divenne il suo cameriere segreto.

Papa Urbano VIII morì nel 1644, lasciando il suo prediletto Bernini in un bel pasticcio, se così si può dire, a causa delle due torri campanarie che dovevano elevarsi ai lati della facciata di San Pietro, opera di Carlo Maderno, il quale le aveva inserite nel progetto originario ed anche predisposto i piedistalli. Bernini, dal momento che l’ artista morì lasciando l’opera incompiuta,  decise di terminarla, svelando la prima torre nel giugno del 1641, ma ricevendo critiche a livello estetico. Nel settembre dello stesso anno la torre fu accusata di causare crepe nella facciata, ma i lavori per edificare la seconda torre continuarono.

 

Bernini e i Pamphili (Papa Innocenzo X) 

Il 14 settembre viene eletto Papa Innocenzo X, della romana famiglia Pamphili.  Appena eletto, cercò subito di sbarazzarsi dei Barberini filo-francesi, chiedendo il rimborso spese per la guerra di Castro, un ducato appartenente ai Farnese, sul quale Urbano VIII aveva avuto mire espansionistiche. I cardinali Barberini avrebbero quindi dovuto lasciare definitivamente Roma se il cardinale Mazarino non si fosse frapposto a loro favore.  La pace di Westfalia  del 1648, che mise fine alla guerra dei Trent’anni, vide la cattolica Francia porsi accanto alla Svezia protestante per arginare il potere degli Asburgo. Questo fu un duro colpo per il neo-eletto Papa, che era anche stato escluso dalle trattative, vedendo evaporare la speranza di recuperare dei territori caduti in mano ai luterani tedeschi. Come se non bastasse, non venne nemmeno riconosciuto il giansenismo (una rigorosa dottrina predestinazionista) come una vera e propria eresia. Per questo, snobbato dalle potenze europee, e peraltro disertato dai nipoti cardinali, non gli restò che affidarsi ad una donna per la gestione del potere, la cognata Olimpia Maidalchini, vedova di suo fratello Pamphilio, che ebbe dal Papa privilegi e sostanziose donazioni, in primis il suo palazzo natale a Piazza Navona, e venne per questo soprannominata ‘la Pimpaccia’, poichè Pimpa era un personaggio teatrale caratterizzato dall’avidità.  Una celebre ‘pasquinata’, per far comprendere l’ascendente che Donna Olimpia esercitava anche sul popolo, cita:

“Per chi vuol qualche grazia dal sovrano / aspra e lunga è la via del Vaticano;/

ma se è persona accorta,/ corre da Donna Olimpia a mani piene / e ciò che vuole ottiene.” (Rendina 690)

Il figlio di Donna Olimpia, Camillo, inizialmente si fece cardinale, poi si innamorò  della giovane vedova del principe Borghese, Olimpia Aldobrandini, che sposò quando il Papa gli concesse il ritorno allo stato laico. Caso volle, quindi, che suocera e nuora avessero lo stesso nome (la nipote di Olimpia sposerà poi un Barberini, favorendo la riconciliazione fra le due casate).  Mentre quindi la ‘Pimpaccia di Piazza Navona’ si dedicava alla mondanità (che diede un sapore cortigianesco anche al giubileo del 1650), il Papa pensava a far bella Roma, ma non dando la precedenza a Bernini, bensì affidandosi anche ad altri artisti, come ad esempio Alessandro Algardi per il progetto di Villa Pamphili, nei pressi del Gianicolo (un’altra villa Pamphili , sempre appartenente a Camillo, si trova a Valmontone).

Bernini non restò certamente disoccupato, ma subì l’umiliazione di veder smantellate le sue torri campanarie a San Pietro, che non sono state più ricostruite. I due orologi di Giuseppe Valadier, applicati nel 1785 (uno dei quali, a destra, ha una sola lancetta poichè  indica l’ ora italica solare, con l’ inizio del conteggio al tramonto), sembrano segnalare i punti in cui si trovavano le torri, e riportano allo scorrere del tempo, quello a cui il deluso Bernini si affidò per veder sanate le sue ferite. Il problema non era solo la rimozione delle torri, quindi un lavoro così imponente andato in fumo, ma anche la ragione per cui erano state tolte. Si insinuava che Bernini non fosse un esperto architetto, perciò si temevano problemi di sicurezza. Questo screditava la sua immagine, pertanto affidarsi a quella Verità che sarebbe prima o poi emersa gli parve la cosa più giusta, e soprattutto illustrata nella scultura allegorica Verità rivelata dal Tempo, che si trova nella Galleria Borghese ma che rimase ai discendenti di Bernini fino al 1924.  Il Tempo, rappresentato come un uomo anziano, doveva rendere visibile la Verità, rappresentata nuda, esposta, e quindi senza possibilità di equivoco.

A questo periodo di sconforto si deve anche un altro capolavoro: l’Estasi di Santa Teresa nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, scolpita fra il 1647 ed il 1652. Dal momento che il Papa non aveva più l’esclusiva sui lavori dell’artista, il facoltoso cardinale Federico Cornaro, che era stato patriarca della repubblica di Venezia, commissionò a Bernini una cappella dedicata alla sua famiglia, cui membri sono rappresentati a mezzo busto nelle loggette laterali.  La statua di Santa Teresa d’Avila, posta al centro di suddetta cappella, si deve al fatto che la mistica carmelitana era stata appena canonizzata. Nella scultura Santa Teresa compare semisdraiata su una nuvola marmorea che sembra elevarla in alto, ed un angelo, che le si para dinanzi, sta per trafiggerla con una spada dorata, donandole quindi le stimmate, che rappresentano le piaghe di Cristo, concreta evidenza dell’ unione col divino.  Santa Teresa, povera penitente rugosa, disfatta dai digiuni e con l’abito logoro, era assai diversa da come la rappresenta Bernini, il quale, facendola assomigliare ad una Venere, o ad un’elegante donna patrizia, sembra conferirle un’estasi più pagana che cristiana. Ma queste ‘trasformazioni’ erano incoraggiate dagli stessi committenti, che non volevano che i pellegrini venissero a Roma per deprimersi, rammentando il loro stato di peccatori (come avrebbe preteso il movimento degli Ugonotti, che voleva addirittura bandire l’arte religiosa) ma per vedere opere grandiose, irripetibili, che innalzavano lo spirito anche all’insegna della contemplazione della Bellezza. Bernini fece apporre nella cappella anche una lente speciale, in modo tale che il 15 ottobre, giorno dedicato alla Santa, la statua venisse inondata di luce solare. Questa idea gli venne suggerita da uno scienziato gesuita, Niccolò Zucchi, e Bernini la inserì nel suo progetto, forse per far sì che emergesse anche un’angolazione ‘leonardiana’, ingegneristica, che conferiva l’idea di un artista completo, a tutto tondo.

Bernini tentò comunque di rientrare nelle grazie papali partecipando ad una sorta di ‘concorso’ per far edificare una fontana proprio a dirimpetto della Chiesa di Sant’Agnese in Agone, a Piazza Navona. L’intento era anche quello di incorporarvi un piccolo obelisco di origine romana, che si trovava sulla via Appia, vicino alla tomba di Cecilia Metella. L’idea di puntellare Roma di obelischi era comunque partita da Sisto V (1585-90), a cui se ne devono ben dodici. Diversi architetti si misero quindi all’opera per presentare il loro progetto ed il Papa sembrò inizialmente propendere per quello del Borromini, al quale si deve l’idea di rappresentare allegoricamente i quattro maggiori fiumi noti al mondo. Bernini ‘copiò’ questa idea ma rielaborandola a suo modo, anche in base ad una credenza dell’epoca, ovvero che i fiumi nascessero da una montagna cava al suo interno.  Poi  dovette escogitare un modo per convincere il pontefice a scegliere il suo progetto. Unica ‘mediatrice’ gli sembrò Donna Olimpia, alla quale mostrò un modellino della fontana in argento. Disposta ad aiutarlo, la ‘Pimpaccia’  mise in bella mostra il modellino nella residenza del genero,  il principe Niccolò Ludovisi, e poi convocò il Papa per una cena in famiglia. Quando l’ illustre invitato vide il modellino, non solo ne rimase affascinato, ma convocò Bernini con fare apologetico, e dal quel momento la commissione fu soltanto sua.  La fontana dei quattro fiumi  venne inaugurata l’ 8 giugno del 1651, col popolo che, invece di accontentarsi di nuova acqua a cui attingere, si augurava che il bianco marmo diventasse pane. Le quattro imponenti statue (rappresentanti il Danubio per l’ Europa, il Gange per l’ Asia, il Rio de la Plata per le Americhe ed il Nilo per l’ Africa) hanno accanto decorazioni animali e vegetali inerenti ai rispettivi continenti. Non manca, ovviamente, lo stemma papale Pamphili. Quanto al piccolo obelisco (che resistette anche al terremoto del 1654),  si trova tuttora saldamente apposto in cima allo scoglio marmoreo, da cui l’acqua sgorga con un sapiente gioco coreografico, che lascia incantati. Lo smacco che subì il Borromini alimentò una sopravvivente credenza,  quella della statua del Rio de la Plata che, volgendo una mano aperta verso la chiesa di Sant’Agnese, si riparerebbe dal crollo imminente della facciata. Ma questa leggenda non ha alcun reale riscontro, anche perchè si basa su un anacronismo: i lavori di  riqualificazione del Borromini, che seguirono quelli del Rainaldi,  iniziarono nel 1653, ovvero due anni dopo il completamento della fontana.

Tornando a Bernini, fu ‘premiato’ anche con l’abbellimento della fontana del Moro, la cui vasca era già stata realizzata da Giacomo della Porta sotto Papa Gregorio XIII, e che sorgeva al lato della fontana dei Quattro Fiumi, nei pressi di palazzo Pamphili.  Il Papa voleva quindi dare maggiore rilievo a questo versante della piazza, e Bernini lo accontentò, creando un personaggio marino, dalle possenti fattezze umane, che ergendosi su una conchiglia tiene stretto un delfino, dalla cui bocca esce l’acqua. La fontana venne chiamata del Moro proprio per le caratteristiche di questo personaggio, che rappresentava un etiope.  I tritoni originali della fontana vennero rimossi nel 1874, e si trovano nella fontana del laghetto di villa Borghese. Quelli che vediamo sono delle copie.

Bernini, in questo periodo, cercò anche la benevolenza di Francesco I d’Este, duca di Modena, per il quale realizzò un busto che gli rese tremila scudi, non meno della fontana per il Papa. Gli Este avevano lasciato Ferrara quando venne dichiarata estinta la loro dinastia nel 1598, ed anche il cardinale Rinaldo si dimostrò un ottimo alleato per Bernini, che nel 1661 ornò  la sua residenza, ovvero Villa d’ Este, a Tivoli, che era stata edificata un secolo prima.  La fontana del Bicchierone (altrimenti detta ‘del Giglio’, anche se questo fiore era il simbolo dei Farnese), onorò l’illustre famiglia Este con uno zampillo talmente alto che impediva la vista della loggia di Pandora, e per questo motivo il getto dell’acqua venne ridimensionato dallo stesso Bernini, il quale si fece ingaggiare anche per progetti di abbellimento a Modena e Sassuolo.

Papa Innocenzo X, dopo una lunga agonia,  morì il 7 gennaio 1655, e quel che maggiormente lascia interdetti è il fatto nessuno dei suoi nobili parenti, o qualche altro esponente di rilevo, se ne prese cura per tre giorni interi , finchè furono i suoi maggiordomi (Monsignor Ranuccio Scotti Douglas ed il canonico Segni) ad organizzargli un semplice funerale, pagando rispettivamente la bara ed una provvisoria sepoltura. L’elaborato monumento funebre che vediamo a Sant’Agnese, chiesa di famiglia, è quindi solo frutto di un tardo ravvedimento dei nipoti. Di questo Papa resta anche il famoso ritratto di Velasquez, che possiamo ammirare alla Galleria Doria Pamphili. E, quanto a Donna Olimpia, morì circa un anno dopo, in solitudine, presso Tivoli, di peste.

 

Bernini e i Chigi (Papa Alessandro VII) 

Il 7 aprile  1655 viene eletto Papa il senese Fabio Chigi, col nome di Alessandro VII, che convocò subito Bernini per farsi costruire una bara, che teneva, oltre ad un macabro teschio, nella sua camera da letto. Probabilmente la misera fine del suo predecessore lo aveva allertato in tal senso, tant’è vero che inizialmente, col vessillo anti-nepotista,  tentò vanamente di estromettere i parenti dalla curia, impedendo la loro ‘calata’ da Siena. Amava la pace di Castel Gandolfo e le letture poetiche, ma resta comunque noto soprattutto per aver accolto a Roma Cristina di Svezia, che si era appena convertita al cattolicesimo, rinunciando alla corona. Quando l’illustre ospite arrivò, nel dicembre 1655, su una sontuosa carrozza appositamente disegnata da Bernini, passò anche per la porta di Piazza del Popolo (che il nostro artista aveva ridecorato all’interno per l’occasione) e venne cresimata col nome di Alessandra. Sulla sincera fede religiosa di Cristina sorsero molti dubbi, e non solo perchè pare che mettesse in dubbio il dogma dell’ incarnazione (Mormando 226). Resta celebre la famosa frase ‘Roma val bene un’abiura’. Come dire: vale la pena convertirsi se poi in cambio si può lasciare una noiosa ed algida Svezia per una divertente e calorosa Roma. Cristina regalò alla città un elefantino, che Bernini riprodusse anche in marmo, mettendolo poi davanti alla chiesa di Santa Maria Della Minerva. Su di esso si erge il cosiddetto ‘pulcino delle Minerva’, più piccolo obelisco della città,  e nel basamento si legge :  ‘la forza della mente necessaria a sostenere una solida sapienza’. Palazzo Farnese, dopo la Torre dei Venti in Vaticano,  diventò la dimora di Cristina, anche perchè era nei pressi della chiesa-convento delle suore svedesi brigidine.  Tuttavia la principessa, oltre ad iniziative culturali, organizzava ricevimenti ed eventi mondani, come feste in maschera (il carnevale del 1656 fu talmente licenzioso in città da far quasi pentire il Papa di averla invitata).  Complottò col cardinale Mazarino per sottrarre agli spagnoli il regno di Napoli, ma fu tradita dal suo scudiero, che vendette il suo piano, e quindi non esitò a farlo uccidere (Rendina 697). Era un tipo indipendente, mascolino, lontano dai canoni di bellezza dell’epoca, eppure chiese a Bernini uno specchio ornamentale, di cui non si ha più traccia, ma dal disegno conservato nel castello di Windsor si evince che vi era rappresentata l’allegoria del tempo che chiude il sipario che grava sulla cornice, e che rappresenta la caducità della bellezza mortale. Chiaramente l’intelligente ed autoironica Cristina non se ne risentì, ma ne colse il senso filosofico che ritroviamo anche nel mausoleo in Vaticano dedicato a  Papa Alessandro VII, un vero e proprio capolavoro in cui una clessidra rappresenta il tempo che inesorabilmente scorre, quasi a rammentarci di cogliere l’attimo, e la statua allegorica della verità, rassomigliante a Cristina, poggia un piede sul globo terrestre e, non a caso, sulla Scandinavia.  Cristina non rimase sempre a Roma, ad esempio la lasciò per qualche tempo quando morì il padre, il re Gustavo Adolfo II , e fu costretta a ripartire anche quando scoppiò la peste, portata da un pescatore napoletano che si trovava a Trastevere. Tuttavia, ritornò sempre a Roma, più o meno benvoluta, fino a morirvi nel 1689 (palazzo Riario fu la sua ultima dimora). Il monumento funebre di Cristina, le cui spoglie si trovano però nelle grotte vaticane, si deve a Carlo Fontana, nonostante Gian Lorenzo fosse stato un suo caro amico, e nonostante avesse già provveduto, grazie a Papa Barberini, a quello per Matilde di Canossa, un’altra donna che ebbe l’onore di essere venerata in San Pietro. In realtà Matilde era già morta da secoli, ma la sua tomba era spesso oggetto di atti vandalici, quindi Urbano VIII aveva deciso di farla traslare a Roma, affidandola al suo artista preferito.

A casa Bernini, a causa della peste, morì un Domenico, fratello dell’artista, ma ne nacque  un altro, il Domenico che venne alla luce quando Bernini aveva già cinquantotto anni, e che fu anche il suo biografo ‘ufficiale’ (assieme al fiorentino Filippo Baldinucci, la cui opera uscì nel 1682). Bernini, per sfuggire all’epidemia, si ritirò nel palazzo papale che oggi chiamiamo del Quirinale,  riferendoci al colle più alto della città, ma che all’epoca si chiamava di Montecavallo. Durante quel ‘lock-down’, che durò fino all’agosto del 1657, e che vide un Papa che non esitava ad uscire per aiutare il suo gregge, Bernini scorgeva dalla finestra la chiesa medioevale gesuita di Sant’ Andrea, che all’epoca era una cappella scura, fredda ed umida. Borromini aveva già presentato un progetto a Papa Pamphili, che però era stato scartato. Bernini invece si rivolse a Papa Chigi, che lo accolse, interpretando l’ abbellimento della chiesa, posta in un contesto che comprendeva anche parco, fontane e l’ulteriore chiesa romana di San Vitale, come un’estensione del suo palazzo, e non certamente come il suo offuscamento. La chiesa di Sant’ Andrea era connessa a due autorevoli gesuiti, il cardinale genovese Sforza Pallavicino e Padre Gian Paolo Oliva, consigliere del Papa, che commissionò gli affreschi a Sant’Ignazio di Loyola e nella volta della chiesa del Gesù (e fu il nostro Bernini ad aiutare l’ ancora inesperto ‘Baciccia’ in questa seconda impresa). La chiesa di Sant’ Andrea al Quirinale venne inaugurata l’ 11 novembre del 1670, ed indubbiamente Bernini vi era molto legato, se la scelse come luogo di conforto quando, tre anni dopo, diventò vedovo.

Nel 1656 Bernini aveva iniziato il colonnato a San Pietro, che avrebbe implicato bel undici anni di lavoro e che venne spiegato al popolo, ancora una volta inferocito per l’ennesima opera ‘inutile’, come un simbolico abbraccio della Chiesa a tutti coloro che giungevano nella piazza, sia in grazia di Dio che alla ricerca di assoluzione. All’epoca non esisteva ancora via della Conciliazione, che fu voluta dal Duce in epoca fascista, ed i pellegrini arrivavano a San Pietro dopo aver percorso una sorta di labirinto fatto di viuzze medioevali strette e buie, che provenivano dal Tevere. Si può quindi immaginare l’impatto visivo che poteva avere giungere nell’ampia piazza, abbellita dal colonnato, che consisteva in 284 colonne disposte su quattro file (rappresentanti un doppio abbraccio), ed anche dando l’impressione, spostandosi nel modo giusto, che si sovrapponessero, come se ci fosse una fila unica. Bernini  voleva aggiungere anche il  cosiddetto ‘terzo braccio’, ovvero una quinta fila di colonne, ma il suo progetto fu bocciato dal successore di Alessandro VII.

L’area ‘dedicata’ alla famiglia papale Chigi è quella  di Piazza del Popolo, dove sorge la chiesa mariana a cui Bernini offrì un restyling, anche decorandola con due statue (Daniele ed il leoneAbakkuk e l’angelo). Oltre che nella già menzionata Porta (su cui si legge, tradotto dal latino  “per un ingresso felice e fausto, anno del Signore 1655”),  Bernini ebbe un ruolo nella chiesa posta all’imbocco dell’attuale via del Corso, Santa Maria in Montesanto (oggi detta ‘degli Artisti’, poichè vi si svolgono le cerimonie funebri degli esponenti dello spettacolo).  La chiesa cosiddetta ‘gemella’, Santa Maria dei Miracoli, venne in realtà edificata tredici anni dopo, anche se idealmente erano state concepite insieme.

Bernini non dimenticò comunque i Barberini, tant’è che disegnò per il cardinale Antonio, residente a Parigi, una Madonna con bambino eseguita da Antonio Raggi, visitabile nella chiesa di San Giuseppe a Rue de Vaugirard. Il cardinale Antonio, che  era anche portavoce papale in Francia, chiese a Bernini di recarsi presso la corte di Luigi XIV,  all’epoca ventiquattrenne, e reduce della morte del suo fidato consigliere, il cardinale Mazarino. Il suo intento era avere con sè artisti del calibro di Bernini per  ridare lustro al regno, ovviamente per ragioni politiche.  Sappiamo come Bernini fosse restio a lasciare Roma, ma dovette cedere per due ragioni: il rapporto di amicizia che lo legava al cardinale Barberini, del quale non si sentì di declinare l’invito, e l’ impossibilità di opporsi alla volontà di Papa Alessandro,  che accettò di cederlo al re a causa di un grave episodio che aveva creato tensioni diplomatiche con la Francia.

Nel 1662 le guardie papali corse ed i soldati dell’ambasciatore francese (che soggiornava a Palazzo Farnese) ebbero uno scontro, durante il quale morì, a causa di un colpo d’ archibugio,  un paggio della moglie dell’ ambasciatore, che stava rientrando in carrozza. Gli illustri ospiti  lasciarono subito la città, ed il Papa, per placare gli animi, dovette inviare il fratello Mario Chigi, supervisore delle guardie papali, a presentare scuse ufficiali al Re Sole. Come se non bastasse, i francesi si presero Avignone, ed il Papa la riebbe solo rinunciando a Castro, che tornava ai Farnese (trattato di Pisa). I corsi non sarebbero più stati a suo servizio, e venne fatta erigere, nei pressi dell’ambasciata, una ‘piramide della vergogna’, che venne demolita quattro anni dopo, sotto Papa Clemente IX, che aveva una politica più conciliante coi francesi. Bernini divenne quindi, suo malgrado, una pedina di queste negoziazioni, poichè Alessandro VII si rassegnò a rinunciare a lui per almeno tre mesi. Bernini partì per Parigi il 25 aprile 1665, ed a quei tempi un simile viaggio era tutt’altro che semplice, soprattutto per un ultrasessantenne che non era abituato a spostarsi. Attraversare le Alpi significava passare per un malagevole sentiero (solo grazie a Napoleone, nel 1810, ci sarà una vera e propria strada), con rischio di assalto di briganti (ma considerando che il mare era infestato dai corsari, Bernini preferì scartare l’opzione di arrivare via Marsiglia). Per tutto il viaggio, che durò un mese, Bernini ed il suo seguito vennero comunque serviti e reveriti a spese del re di Francia, e quando giunsero a Lione l’ accoglienza fu strepitosa. Il nostro artista era quindi convinto di arrivare a Parigi come architetto già ufficiale e prescelto per il completamento del Louvre, a cui mancava ancora la quarta ala, corrispondente all’ingresso principale, che dava sulla Chiesa di Saint- Germain d’ Auxerrois. In realtà, a parte il fatto che prima di lui erano stati consultati anche altri architetti italiani di tutto rispetto (come Pietro da Cortona e Carlo Rainaldi), il progetto di Bernini venne contestato, e fin dal principio, dal ministro Jean-Baptiste Colbert, l’esperto in materia delegato dal re per occuparsi della questione. Le critiche non si fondavano su motivazioni artistiche, che erano degne del nome dell’ autore, ma su problematicità d’ordine funzionale, logistico, come l’esposizione al sole, l’evitamento di rumori molesti, la sicurezza personale, l’agevolezza delle scale, l’ubicazione delle cucine e perfino la collocazione delle latrine. Visto e considerato che il re aveva l’intenzione di rendere il Louvre una sua residenza (anche se, di fatto, non vi abitò mai)  questi dettagli non erano in effetti trascurabili, ma finirono per mettere a a dura prova il nostro artista, che presentò altri quattro progetti, che vennero immancabilmente scartati, per poi affidare il lavoro ad un team di architetti francesi. Ufficialmente, la ragione furono le spese troppo alte, di fatto, forse, il prevalere di un patriottismo che finì per umiliare l’italiano Bernini, certamente più meritevole di occuparsi di eteree decorazioni angeliche che di mere utilitas. I progetti di Bernini per il Louvre non andarono comunque perduti (lo stesso Colbert ne fece costruire una miniatura), e servirono da modello per altri palazzi reali europei.

Alla base di tale esito, che era partito da tutt’altri presupposti, vi fu forse la riluttanza di Bernini ad ‘integrarsi’ nella corte francese.  Una fonte del soggiorno parigino di Bernini è Charles Perrault, l’ autore delle fiabe, che era anche un fidato assistente di Colbert, da cui si evince che in realtà i rapporti fra i due fossero educati e cortesi solo in apparenza, e che più di una volta Bernini perse il controllo, lasciandosi andare ad espressioni stizzose. Un’ altra fonte è il diario di Paul Freart de Chanteliou, che era l’ assistente personale di Bernini, fungendo anche da interprete e guida turistica.

Bernini, seppur abituato alla diplomazia in ambito vaticano, non fu disposto a compiacere oltremodo il re, tanto è vero che l’ omaggiò con un busto un po’ troppo realistico, che non copriva affatto i difetti, ma che venne lo stesso molto apprezzato. Bernini aveva dovuto lasciare a Roma il suo colonnato incompiuto (ed il timore che lo finisse qualcun altro era assai comprensibile), era preoccupato per la moglie che proprio in questo periodo si ammalò, e quindi rifuggiva la vita mondana e si rifugiava nelle chiese, anche se non ne apprezzava particolarmente lo stile gotico, così lontano dal suo barocco. Riteneva lo skyline parigino ‘un ammasso di comignoli’ (Mormando, 274), e rimpiangeva le belle cupole romane. Insomma, era pieno di nostalgia, oltre che di ansia, e questo certamente non lo aiutò, anche se cercò di porvi rimedio con la statua equestre del Re Sole, che venne però iniziata nel 1665, diversi anni dopo il suo ritorno a casa,  e che fu pronta soltanto nel 1677. Quando giunse a destinazione, dopo un viaggio ostacolato dai genovesi filo-spagnoli, Bernini era già passato a miglior vita. Il fatto che la statua, ritenuta troppo barocca, sia stata modificata da un artista francese, la preservò dai rivoluzionari, che non vi riconobbero il re, trasformato in Marco Curzio, un eroe della Roma antica. L’originale è al museo dell’Orangerie, ma una copia è stata posta all’ingresso del Louvre, ed è chiamata, giustamente,  ‘Il Bernini’.

Papa Alessandro Chigi mori del cosiddetto ‘mal di pietra’, venendo cosi ricordato dal Pasquino

“Consolati, Alessandro: / se la tua dura sorte / in fra le pietre ti ha condotto a morte, / morte propria di ladri e non d’eroi, / sogliono i pari tuoi / da stato sì giocondo, / solo a furia di pietre uscir dal mondo.” (Rendina 698).

 

Bernini e i Rospigliosi (Papa Clemente IX)

Il 20 giugno 1667 venne eletto Papa il cardinale Giulio Rospigliosi, col nome di Clemente IX, gradito al Re Sole, ma anche agli spagnoli, poichè era stato nunzio a Madrid. La sua neutralità caratterizzò infatti il breve pontificato, che durò soltanto due anni. Era nato a Pistoia e si era laureato in teologia a Pisa, dove era stato anche docente. A Roma fu un allievo dei Gesuiti, ed ottenne la cittadinanza onoraria quando divenne vicario di Santa Maria Maggiore.  La nomina cardinalizia gli giunse due anni prima la sua elezione. Abbassò la tassa sul macinato, serviva personalmente i poveri nella sua mensa, faceva visita agli infermi e confessava a San Pietro. Tese quindi un orecchio verso la popolazione, che lo prese in simpatia, anche perchè non si permise di privare i Chigi dei loro privilegi per darli ai suoi parenti. A lui si deve anche l’abolizione della vergognosa ‘corsa degli ebrei’ che risaliva al 1466 e che si verificava durante il Carnevale, ma che venne rimpiazzata con un tributo di 300 scudi. D’altra parte,  si fece costruire una splendida residenza, dove si organizzavano feste e balli, e dove il nostro Bernini sceneggiava le opere che venivano rappresentate nel suo teatro. Sotto questo Papa il nostro artista terminò il suo colonnato, anche apponendovi le statue che lo sovrastano, e scolpi con i suoi allievi i dieci angeli marmorei che si innalzano su Ponte Castel Sant’ Angelo, con iscrizioni tratte dalle Sacre Scritture. Bernini realizzò l’ angelo con la corona di spine e quello con la scritta I.N.R.I., ma gli originali, per ragioni di sicurezza, sono stati spostati nella chiesa di Sant’ Andrea delle Fratte.  Nonostante le spese, i Rospigliosi rimasero a galla anche grazie al fatto che si imparentarono con una ricca ereditiera della famiglia genovese Pallavicini.

A meno di due mesi dall’elezione di Papa Clemente IX il Borromini si tolse la vita,  trafiggendosi con una spada, e morendo il giorno seguente, il 2 agosto del 1667. Questo gesto fu causato da una crisi depressiva, innescata dal precedessore Papa Chigi, che aveva contestato il suo operato nella chiesa di Sant’ Agnese (al Borromini si deve infatti sia la facciata che la cupola di questo luogo sacro). Questo lo indusse a lasciare il suo incarico nella Basilica di San Giovanni, dove aveva svolto un magnifico lavoro anche nel battistero (del quale ornò il fregio) e lasciando inalterato – al contrario di quel che è avvenuto ai giorni nostri, quando è stato aperto un cantiere per il Giubileo 2025 – il disegno del piazzale antistante, risalente all’epoca costantiniana, e dialogante con tutta la restante area lateranense. Borromini volle essere sepolto accanto a Carlo Maderno, che era anche un suo parente, nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.

La maggior  preoccupazione di Papa Rospigliosi furono comunque  i Turchi, anche considerando che le potenze cristiane erano in attrito fra loro. La Francia, con la cosiddetta ‘alleanza empia’ del 1536, non aveva esitato ad allearsi con i musulmani per far guerra agli Asburgo, ed adesso avrebbe potuto aprirsi un simile scenario. Invece il Re Sole, oltre a far coniare una moneta in occasione di una ristabilita unità della Chiesa (si riferiva al rientro della minaccia giansenista), decise di aiutare il neo-eletto Papa nella riconquista di Creta, che all’epoca si chiamava Candia e che proprio i Turchi avevano sottratto ai veneziani. Il progetto fallì, e questo provocò nel Papa una profonda amarezza, che culminò nell’ ictus che lo colpì il 9 dicembre 1669.

E Pasquino recita:

“Tu che cerchi il suo tumulo, / sappi che giace qui / Clemente nono. Per Creta fu mutato in polvere.” (Rendina 702).

Papa Rospigliosi è tumulato a Santa Maria Maggiore in una tomba costruita dallo stesso Bernini.

 

Bernini e gli Altieri (Papa Clemente X)

Dopo cinque mesi di conclave, il 29 aprile 1670 venne eletto il cardinale romano Emilio Altieri, col nome di Clemente X. Vescovo di Camerino, era stato nunzio in Polonia, e poi nominato cardinale poco prima che Papa Rospigliosi morisse. Tentò ‘il gran rifiuto’ come Celestino V,  poi si rassegnò ed accettò l’incarico. Purtroppo non aveva il carisma del suo predecessore, ed infatti la Francia riprese il suo atteggiamento ostile, intromettendosi nelle questioni ecclesiastiche, e svolgendo incursioni in Olanda, governata dalla Spagna. Solo l’elezione di un re cattolico in Polonia, nazione che lo aveva nel cuore, permisero all’ Altieri di tirare un po’ il fiato e ristabilire un minimo di equilibrio.  Il Papa ultraottantenne e malfermo, affetto dalla gotta, delegò le sue mansioni, pur senza dimettersi,  al cardinale Paluzzo Paluzzi, tanto che il Pasquino scriveva:

“Qual di loro fosse Papa, io non so bene, / che il primo ebbe il potere e l’altro il nome.” (Rendina 704)

Il cardinale Paluzzi aveva un nipote col cognome Albertoni, che sposò una nipote del Papa. Questo dunque spiega l’origine di un altro capolavoro del nostro Bernini, la statua dedicata a Ludovica Albertoni nella chiesa trasteverina di San Francesco a Ripa.  Ludovica era una suora francescana, che prima di consacrarsi era stata moglie e madre, e che  morì  nel 1533.  Nel 1671 venne beatificata, e Bernini colse quindi l’occasione per glorificarla nella chiesa in cui già vigeva una cappella in suo onore, che restaurò con l’aiuto del ‘Baciccia’ (Gian Battista Gaulli). Le precedenti considerazioni sulla statua di Santa Teresa valgono anche per questa scultura, che non ha affatto l’aspetto di una mortificata penitente. Tuttavia, una non trascurabile differenza risiede nel fatto che Bernini non ricavò nulla da questo faticoso lavoro, perchè lo svolse gratuitamente per il Papa, che tra l’altro non gli dava molta importanza, come dimostra il fatto che affidò l’abside di Santa Maria Maggiore, una basilica molto legata al nome dei Bernini, a Carlo Rainaldi.  La principale ragione che spinse Bernini ad elargire la sua arte senza ricompensa, e per ben quattro anni di seguito, fu la speranza che venisse richiamato a Roma il fratello Luigi, nuovamente esiliato, ma stavolta non a causa di una gentildonna, bensì di un giovane, che un eminente cardinale aveva tenuto a battesimo (Mormando 308).

A Luigi era stata data la responsabilità del cantiere della Scala Regia del Palazzo Apostolico, un’opera che richiedeva anche capacità ingegneristiche, poichè si trattava di intervenire su una scala tortuosa e stretta. Bernini vi appose alla base, nel 1669, come parte integrante,  la sua statua della visione di Costantino, che rappresenta il momento in cui, prima di affrontare Massenzio a Ponte Milvio, all’ imperatore apparve la croce con la scritta ‘in hoc signo vinces‘ (in questo segno vincerai), dando poi il via alla sua tolleranza religiosa nei riguardi del cristianesimo, a cui fu concessa libertà di culto.

Ebbene, proprio nei pressi di questa eccelsa statua, si consumò il sacrilegio. Luigi, accusato di sodomia, e con i beni confiscati, rischiava un processo, oltre ad una multa salatissima. Bernini, desideroso di riscattare il fratello, disegnò una specie di santino, ovvero una circolante litografia dove Gesù aveva un mare di sangue alla base della Croce, sgorgato dalle sue ferite, con Maria che offriva il figlio al Padre, che compare in alto, con le braccia pronte ad accoglierlo.  Tentò anche di onorare un nipote del Papa con un monumento equestre, che fu accolto con battute ironiche, della serie che se il Re Sole col suo cavallo non era venuto a Roma, suo nipote, a maggior ragione, non sarebbe andato a Parigi.  Non potendo tollerare che l’onore della famiglia venisse infangato, occorreva un vero e proprio perdono, che finalmente giunse in occasione del giubileo del 1675, anche per intercessione di Cristina di Svezia, a cui Bernini si era rivolto.  Luigi se la cavò con una multa di diciottomila scudi ed un risarcimento alla parte lesa.  E potè tornare a Via della Mercede, dove giunse anche l’acqua pubblica per la privata casa Bernini.  Dal 1674 al 1680 Bernini collaborò con la famiglia Colonna, e l’omonima galleria ha uno spazio simile alla galleria degli specchi a Versailles.

 

Bernini e gli Odescalchi (Innocenzo XI)

Il cardinale Bendetto Odescalchi era di Como, e fu eletto Papa il 21 settembre 1676 col nome di Innocenzo XI. Appartenente ad una ricca famiglia di commercianti, e laureato in diritto, era giunto a Roma a venticinque anni, quando era ancora laico.  A trentaquattro anni divenne cardinale, e la sua fama fu quella della bigotteria, tant’è vero che fece coprire la statua della Verità nel monumento funebre di Alessandro VII.  In compenso, la Carità nella cappella Da Sylva della chiesa di Sant’ Isidoro, seppur più provocante,  sfuggì alla censura, resistendo fino al 1860 (dal 2002 possiamo comunque nuovamente ammirarla com’era uscita dalla mano del suo creatore).  La stagione teatrale carnevalesca, con Papa Odescalchi, venne sospesa per tre anni, cosicchè Pasquino verseggiò:

“Odescalchi, quel grandone / va sperando ne’ conclavi, / ma non toccano le chiavi / a chi fa del bacchettone.” (Rendina 704).

L’austerità, anche in termini economici, gli permise di rimpinguare le casse pontificie, e l’unico onore che concesse al nipote fu quello di studiare dai gesuiti. D’altro canto, finanziò la guerra contro i Turchi, ed arrivò al punto di allearsi col protestante William d’Orange contro Luigi XVI.

A questo periodo risale l’ultima scultura di Bernini, il Salvator Mundi, che lui chiamava ‘il mio Beniamino’, e che si trova nella chiesa di San Sebastiano, sulla via Appia Antica (furono probabilmente gli Albani, parenti del Papa Odescalchi, a portarla in questo luogo, dove fu ritrovata dopo che se n’erano perse le tracce).  L’opera, inizialmente, era destinata a diventare il piedistallo d’ingresso in un ostello dei poveri nel palazzo Laterano e,  poichè raffigura Cristo (recenti studi, condotti da Daniela di Sarra, vi hanno notato anche una sovrapposizione con la Sacra Sindone, nota al Bernini) , è in linea con l’ introspezione spirituale che caratterizzò lo scultore verso la fine della sua vita. Tuttavia, non fu esattamente la sua ultima fatica, poichè, ad ottantadue anni suonati, restaurò il palazzo della Cancelleria, dove aveva abitato il cardinale Francesco Barberini, suo amico e patrono, offrendo quindi un ultimo omaggio a questa amata casata.

Nell’aprile del 1680 torna a perseguitarlo la questione della crepa nella cupola di San Pietro, che si era conclusa con la demolizione delle torri campanarie. La questione era stata archiviata decenni prima, ma il puntiglioso Innocenzo XI fece aprire un’inchiesta, nonostante la veneranda età del nostro artista, peraltro rimasto vedovo.  Il 12 novembre 1680, dopo una relazione non favorevole, un team di quattro architetti assolve Bernini, che morirà il 28 novembre, a causa di un ictus.  Bernini fu seppellito nella tomba di famiglia a Santa Maggiore, dove si svolse anche il funerale. La sua modesta lapide coincide con un gradino a destra dell’altare maggiore, con su scritto:

“Nobilis familia Bernini hic Resurrectionem expectat.”

(“La nobile famiglia Bernini qui attende la Resurrezione.”)

 

 

Principali fonti di riferimento:

  • Franco Mormando, Bernini. His life and his Rome. The University of Chicago Press, 2011
  • Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti. Newton & Compton Editori, Roma, 1983
  • Mostra Bernini e i Barberini , Galleria Nazionale d’ Arte Antica, Roma, 2026
Info sull'Autore

Per mettersi in diretto contatto con Emilia Abbo, inviare un' e-mail a: emilia_abbo@post.harvard.edu

Lascia Una Risposta